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Una mamma giovane, brillante, di ottima estrazione culturale e sociale, mi invita a bere un caffè. Ci conosciamo perché suo figlio un paio di anni fa ha partecipato a un laboratorio estivo ideato per sperimentare – giocando – alcune idee su come la geometria possa essere una disciplina ludica, creativa, attrattiva e stimolante. Benché suo figlio fosse molto timido e il più piccolo di tutto il gruppo, durante quei dieci giorni si è legato con allegria al gruppo e ai due conduttori. Da allora si è prodotta una stima riguardo al nostro modo di relazionarci educativamente con i bambini.

L’oggetto della chiacchierata è il seguente. La giovane mamma di quel bambino lo vorrebbe appassionare alla musica. Lei non ha molta voglia di passare del tempo al pianoforte con lui e siccome conosce il lavoro della nostra associazione sulla musica – che ha portato a creare spettacoli con le principali istituzioni musicale milanesi – il Conservatorio e l’Orchestra Verdi – vorrebbe verificare cone me la validità di un altro modo di avvicinare suo figlio alla musica.

Mi parla di quei giochi dove alle note si abbinano delle luci colorate e che guidano i bambini a ripercorrere delle semplici melodie memorizzando la successione di suoni/colori. Vorrebbe immaginare un simile accostamento su uno strumento musicale più classico. Vuole sapere cosa ne penso e io le rispondo.

Ma fraintendo la sua domanda. Perché le rispondo parlandone di attività di educazione alla musica che lavorano proprio sull’intreccio analogico tra registri differenti, quello sonoro, quello visivo, quello corporeo (che in realtà viene per primo). Le racconto come esistano già delle metodiche di questo genere e come siano idonee a rivolgersi a gruppi di bambini a prescindere dal loro talento innato per la musica. Eccetera eccetera.

Ma la mia interlocutrice non vuole parlare di questo. A lei interessa pensare un oggetto, un “prodotto” quindi, non un “percorso” educativo. Allora le spiego che a nostro avviso, per qualunque progetto di apprendimento, ciò che viene prima di tutto è la relazione tra bambino e adulto, come l’esempio del primo (la sua passione, la sua competenza, la sua voglia di condividere) rappresentino lo stimolo più potente perché il secondo si appropri di una propria motivazione all’apprendimento, in cui abbia senso la successione di sforzi e risultati conseguiti. Le spiego anche come su questo principio falliscano la quasi totalità delle “app” educational che si limitano solo a montare con la tecnologia multimediale delle proposte peagogiche vecchie, nozionistiche, come manchi in quasi tutte una “drammaturgia” dell’insegnamento capace di incuriosire costantemente e gratificare.

E, senza riprovero alcuno, perché la giovane mamma è sicuramente attenta a suo figlio, le spiego che sarebbe molto meglio che lei trovassei il tempo di sedersi al pianoforte con il bambino di fianco, trasmettendogli il piacere di quell’esperienza estetica (e dunque di sensibilità esistenziale) che è frequentare la musica. Non serve l’ennesimo artefatto tecnologico, servono l’intenzione educativa, la competenza, l’affetto.

Restiamo che ne parleremo di nuovo, magari con più tempo di un caffè, ma dopo che ci siamo lasciati continuo a pensare a questo grave misunderstanding in forza del quale la fiducia nella tecnica deresponsabilizza dal compito pedagogico, demandando a un “prodotto” quello che dovrebbe essere un “percorso” in cui l’adulto si mette in gioco trovando la strada migliore (ossia quella che serve a chi deve imparare, non a lui), supera gli errori, tollera le frustrazioni, apprezza i successi. Penso a tutto quello che Galimberti ha scritto su questo sopraffazione ideologica ed antropologica della tecnologia.

Ma soprattutto penso a come – tragicamente – questi ragionamenti siano completamente assenti in tutti coloro che hanno titolo per occuparsi della maggiore istituzione in cui i modelli di insegnamento/apprendimento andrebbero profondamente rivisitati: la scuola.
Penso alla nuova classe politica italiana e a quello che ha da dire in merito. Praticamente niente.
Il “giovane” Renzi, nel suo pletorico apparato retorico, non ha da dire niente di più sulla scuola che bisogna recuperare il rispetto per i professori (che peraltro se lo sono persi sul campo loro per primi), che le scuole vanno messe in sicurezza con un programma massiccio di investimenti (e vorrei vedere), che sulla scuola bisogna investire perché è lì che si costruisce un’Italia futura nuova e migliore (e qui siamo all’aria fritta).

Ma anche la paginetta scarsa che il Movimento 5 Stelle dedica alla scuola, ruota solo attorno all’innovazione tecnologica, alla multimedialità, ai collegamenti in rete e compagnia cantante. Ma possibile che anche loro che desiderano con tanta tenacia il “cambiamento” non si rendano conto che va rimessa in discussione la matrice crociana della nostra scuola, in cui i bambini/ragazzi sono dei contenitori da riempire di nozioni (inevitabilmente destinate a disperdersi alla fine dell’obbligo scolastico, che è fondamentalmente obbligo a soddisfare le aspettative degli adulti – insegnanti e genitori – i quali per loro conto se ne sbattono di capire chi” hanno davanti e cosa gli frega per essere uomini “futuri” liberi e felici?

Esistono infinite esperienze di “scuola” differente da questo modello piegato alle esigenze del mercato e infarcito dall’ignavia pedagogica. Siamo il Paese dove hanno pensato alla scuola personaggi come la Montessori, la Pizzigoni, le sorelle Agazzi, Don Milani, Gianni Rodari, Mario Lodi… e dove hanno comandato le Falcucci, le Moratti, le Gelmini!

Bisogna cambiare! Non possiamo limitarci a sostituire le tre I di Berlusconi con la “rete”. O no?

 

Oliviero Grimaldi

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