Tag

, ,

lainIn questo scritto del 1991 distribuito dal Cemea del Piemonte in occasione di un seminario residenziale, Tony Lainé, psichiatra francese, fornisce molti spunti di riflessione sulla pedagogia “del fare”.
Il testo di Lainé sviluppa il tema molto rapidamente e la traduzione operata su quella che probabilmente era un’esposizione orale rende alcuni passaggi ora ripetitivi ora solo accennati. Ciononostante i principi fondamentali sono tutti estremamente interessanti e validi tutt’oggi, soprattutto se letti con la capacità di estenderne l’applicazione a contesti, età e discipline più ampie di quelle citate direttamente nel brano.

Il testo andrebbe sottolineato praticamente per intero, cosa che ovviamente renderebbe inutile la sottolineatura stessa. Se ne raccomanda allora una lettura lenta e attenta per non scivolare sulla scorrevolezza dell’esposizione e perdere gli spunti presenti.
Sempre meglio così, comunque, del processo opposto richiesto durante la lettura di tanta pubblicistica pedagogica italiana, dove bisogna scorrere decine di pagine per cavarne fuori un singolo pensiero utile…

Tony Lainé, L’agire

Trattando dei problemi “dell’agire”, “del fare”, “delle attività manuali”, la prima idea che vorrei condividere è che la nostra pratica dovrebbe toccare sempre più da vicino la realtà dei bisogni umani e dei rapporti dell’uomo con il mondo. Proprio perché la realtà dei rapporti dell’uomo con il mondo inizia dai rapporti che l’uomo ha con gli oggetti, con le cose, con la natura che lo circonda.

Penso che i Cemea pongano al centro della formazione della persona proprio l’agire, il fare, cioè una certa tendenza, un certo modo di essere dell’uomo nel mondo, che gli consenta di andare sempre più in direzione della propria libertà, della propria autonomia, della propria indipendenza rispetto alla natura che lo circonda.

Partiamo adesso da una riflessione sulla nozione di “lavoro”. Quando parlo di attività manuale, parlo anche di lavoro. Mi sembra che questa nozione sia stata profondamente falsata e che il nostro compito consista nel riconsiderarla in termini pratici e non solo teorici per vedere quale sia la sua attitudine profonda a rispondere ai bisogni umani autentici.
Perché la nozione di lavoro è stata profondamente corrotta dalla storia dello sfruttamento dell’uomo e in particolare dal valore di merce che è stato attribuito alla forza lavoro dalla società del profitto. Si tratta di una idea che meriterebbe un’ampia a discussione ma che non si può comunque evitare almeno di accennare. Nella misura in cui la nostra società, la società capitalistica, ha fatto della forza lavoro una merce, la nozione stessa del lavoro umano è stata gravemente deviata dal suo primo significato, dal suo significato di fattore d’autonomia e di libertà. E’ diventata qualcosa che suscita angoscia. Non appena si parla di lavoro si è obbligati a riferirsi allo sfruttamento del lavoro umano, che evidentemente lo svuota del suo senso in rapporto al bisogno umano.
Un’ulteriore perversione consiste nella divisione del lavoro che deriva dagli interessi del grande capitale e dalla necessità di realizzare il massimo profitto. Si arriva così a delle formule di lavoro che sono deprivate di qualunque senso.
Insisto sulla parola “significato” (o senso), perché sapere il senso da deve dare al proprio lavoro e sapere il senso che si deve dare alle cose sulle quali si agisce, alle cose che si producono, è un fattore di libertà.
Ciò che più colpisce nella nozione attuale del lavoro umano è che la produzione lavorativa viene da un lato svuotata del suo senso in rapporto ai bisogni umani, ma dall’altro ne acquista sempre di più in rapporto ai profitti delle grandi società… Nella misura in cui si affrontano le questioni del lavoro umano, dell’agire sugli oggetti e sulla natura, è diventato assolutamente necessario riflettere su questa dimensione politica del problema e di porsi la domanda: “Come possiamo dare un senso veritiero al lavoro umano, ritrovando il suo senso fondamentale in rapporto ai bisogni che l’uomo ha di farsi tale attraverso la sua azione nel mondo?” Parlo dell’uomo che si fa “uomo” stabilendo un certo tipo di rapporto con il mondo che lo circonda grazie al fare, all’agire sulla materia e sulla natura.

La posizione eretta dell’uomo ha permeso, da un lato la liberazione della mano per un’azione sul mondo, dall’altro lato lo sviluppo del cervello nella sua parte anteriore, la quale sostiene i centri che hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza. In tutta la storia dell’uomo, la mano appare come uno strumento primario e fondamentale che regge i rapporti dell’uomo con il mondo e in particolare riuardo all’azione del lavorare, del fare. La liberazione della mano ci ha dunque permesso di acquisire una libertà e un’autonomia sempre maggiore nella vita affettiva come in quella sociale… Ciò che è importante è che a partire da questa azione sul mondo, da questa liberazione della mano, nasce la nozione di strumento, e nell’evoluzione verso strumenti nuovi, verso un perfezionamento dell’azione tecnica sul mondo, si organizza e si sviluppa la facoltà di concettualizzazione, l’astrazione e il processo del pensiero proprio della specie umana.
Di conseguenza l’agire, il fare, sembrano essere le prime maglie di una catena che conduce l’uomo a diventare un essere con una vita psicologica, dai bisogni sempre più trasformati, sempre più sociali, cioè ciò che noi siamo nella nostra essenza più profonda, più preziosa.
Lo sviluppo dell’azione dell’uomo sul mondo ha introdotto nella sua vita i rapporti sociali, cioè la sostanza della vita psicologica. Ciò ha introdotto anche il linguaggio che da un significato e identifica l’uomo… L’uomo al lavoro e l’uomo nel linguaggio sono due aspetti assolutamente solidali. L’uno non ha senso senza l’altro. Queste due attività sono specifiche dell’uomo, significano l’uomo e sono ugualmente dei fattori che producno l’uomo in quanto essere sociale.

… Vorrei partire da un’idea di Piaget: il mondo delle cose costituisce, nello sviluppo del bambino, la prima fase dei rapporti del bambino con la realtà. Questo “mondo delle cose”, non è semplicemente il mondo nel quale il bambino si trova confrontato a delle cose, dove egli guarda e percepisce delle cose. La fase del mondo delle cose, è una fase che è centrata sull’azione del bambino. Cioè, il primo rapporto con le cose deve essere centrato sull’azione propria del bambino sulle cose, cioè sul fare, l’agire, la manipolazione. Il primo rapporto del bambino con il mondo può dunque svilupparsi a partire dal suo moviemento verso le cose e dai movimenti che mirano a manipolare, a trasformare, a combinare, a collegare le cose.

In questa prospettiva, l’azione è ciò che ci personalizza. E’ così che a partire da un’azione che il reale si costruisce, si organizza nella vita psicologica del bambino. A partire da questa azione concreta, l’intelligenza si sviluppa e si mette a sua volta all’opera per aiutare l’azione. Essa si struttura nella vita psicologica del bambino con la costituzione di grandi nozioni psicologiche come lo spazio. Per poter agire, bisogna concepire i rapporti delle cose nello spazio. E in egual misura il tempo, il ritmo, la successione, la causalità, cioè i rapporti che collegano i diversi fenomeni gli uni con gli altri.

Nella sua azione sul mondo, in questa sitau<ione in cui il bambino si trova a inventare, a fare, ad agire, in questa produzione che va dla semplice al complesso e dalla quale la produzione grafica, il disegno non deve essere dissociato, si scopre che il bambino vi mette qualcosa di sé stesso. Una cosa prodotta da un bambino non è esteriore a quel bambino. Essa contiene un po’ di lui, ha il suo marchio, più che la sua firma. Essa comporta qualcosa di lui stesso nel senso di un dono. Questo è evidente nelle attività manuali. Purtroppo il senso di questo dono di sé nel fare si è perso nel lavoro adulto attuale, nel lavoro industriale. Mettere, al contrario qualcosa di sé nell’oggetto prodotto, come fa il bambino nella sua produzione personale, è mettere o proiettare in questo oggetto la sua invenzione, la sua immaginazione, il suo fantasma.

Nelle attività manuali del bambino c’è un altro modo di concepire le cose: bisogna mettere il bambino nella situazione di agire seguendo il corso del suo proprio bisogno di esprimersi, di farsi comprendere e di offrire così la sua immaginazione, la sua invenzione. Il bambino domina così il suo fantasma esteriorizzandolo.

Quando un bambino proietta la sua immaginazione in un oggetto che fabbrica e quando lo dona, è presente un processo fondamentale nella sua dinamica psicologica. Egli stabilisce con voi un rapporto nel quale lui stesso si è posto al livello dei suoi buoni o cattivi oggetti. Ma accettare il dono di un bambino o accettare che un oggetto entri in un circuito dove sia esposto, apprezzato, eseguito, venduto, tutto questo prende un senso non i rapporto alla nostra concezione della socializzazione, ma in rapporto alla vita fantasmatica e immaginaria del bambino. Il bambino sta regolando certi problemi interiori sta soddisfando dei bisogni affettivi… La produzione di oggetti deve essere ripensata in funzione di questa proiezione, di questa esteriorirzzazione che parte dalla vita fantasmatica del bamino e che è dettata da essa. E’ in questo senso che dicevo prima che il bambino mette qualcosa di sé negli oggetti e così facendo gli oggetti egli fà sé stesso.

Ciò che complica le cose è che non soltanto il bambino proietta sugli oggetti le sue immagini interiori, ma che si identifica con ciò che egli proietta sugli oggetti stessi. La sorte che gli assegna, è la sorte che egli assegna a sé stesso. In questo senso si capisce come si è forzatamente un po’ angosciati di fronte alla produzione di oggetti nel bambino. Infatti la maniera di rispondere ai prodotti infantili ci impegna non tanto sul piano di uno oggetto indipendente dal bambino ma ci impegna in realtà sul piano di ciò che vi è di più profondo, di più serio, di più essenziale nel bambino stesso. Un adulto che distrugge un oggetto prodotto da un bamino, distrugge un po’ del bambion stesso. Se durante un’attività manuale ha fatto qualcosa di orribile, perché è un bambino maldestro, ma lo ha fatto come poteva, se l’adulto dice: “E’ brutto quello che hai fatto” e lo distrugge, egli rompe nello stesso tempo qualcosa di essenziale nel bambino, un po’ del bambino stesso. E’ una castrazione a livello profondo.

Ora l’oggetto fatto da un bamino rinvia in seguito alla possibilità di reintegrare gli offetti fabbricati, preparati, recuperati da un adulto, in un circuito valorizzante e significante. Tutto ciò rinvia al bambino un sentimento di sé che li permette di evolversi. Questo gli permette di sentirsi corpo che agisce, corpo che desidera, corpo unico, altrimenti detto soggetto.

E’ dunque a partire dal fare  e dall’agire sul mondo e sulle cose che noi elaboriamo il nostro corpo, in altre parole, la nostra situazione e la nostra coscienza di soggetto. Dal punto di vista della relazione affettiva, è certo che è a partire dall’oggetto prodotto dal bambino che si verifica qualcosa di importante nello scambio e nella comunicazione con gli adulti. Il prodotto è nello stesso tempo un dato, ciò che si da a vedere di sé, ma anche ciò che si offre. Nell’oggetto prodotto dal bambino vive l’essenziale circuito della comunicazione, dell’accesso al piacere.

Quanto questo scambio sia ricco di significato dal punto di vista dello svilupo della vita affettiva, è possibile misurarlo solo a condizione di dare al bambino la possibilità di agire e di esprimersi.

Quali sono allora gli obbiettivi che si possno fissare nell’attività con i bambini? In questo vi è qualcosa di molto importante se non vogliamo fare delle attività una commedia o peggio la preparazione dei bambini a diventare dei futuri strumenti per lo sfruttamento. Ciò che i bambini fanno non è commercialmente reditizio, è qualcosa di loro stessi. Comprendere i bisogni dei bambini è molto difficile, ma è essenziale della formazione dell’educatore: trovare quali sono i bisogni in ogni momento, in ogni testo, in ogni situazione, in ogni oggetto prodotto. ciò necessita una formazione collettiva innestata sulla pratica e una riflessione permanente… E’ per questo che non vi è una teoria per dirvi come comprendere i bisogni dei bambini. E’ a partire da un campo pratico che si può veramente approfondire l’azione. E’ per questo che ci si deve sempre situare sul piano della scelta del bambino. Bisogna che la scelta del bambino possa manifestarsi, che la si possa sentire, decifrarla sal punto di vista delle attività. Non bisogna preconcepire delle attività rigide poiché in quel momento è un nostro desiderio e questo non ha niente a che vedere con il desiderio del bambino. In altre parole, non bisogna mai irrigidire, mai limitare un progetto di attività senza che si abbia almeno, ad un dato momento, riflettuto sui bisogni di gruppi di bambini e di ogni bambino stesso.

Bisogna cercare di concepire le attività del bambino come una specie di catena. Bisogna evitare di praticare un’attività per sé stessa perché così si riduce il senso che può avere l’azione del bambino sugli oggetti, sulle cose, senso che dipende dalla sua iscrizione in una catena. Cioè, bisogna immaginare che nell’attività gli oggetti fatti vadano a reintrodursi in un altro tipo di attività.
Più si inscrive un oggetto in una catena, più questo oggetto prende un senso in rapporto abi biogni del bambino e alla sua relazione con l’ambiente umano e naturale che lo circonda.

Un’attività permette anche l’identificazione in due modi: identificazione con l’oggetto stesso, identificazione con l’aduloto. Produrre delle cose gli permete di giocare ad assumere uno statuto di adulto. Ciò implica che l’immagine che noi adulti diamo ai bambini deve essere soddisfacente. Qui si cela un prblema importante che riguarda le attività manuali. Bisogna fare attenzione a non far riprodurre il mondo degli adulti, nella sua attuale sordità nei confronti dei bambini.

Nelle sue attività manuali, il bambino gioca spesso a identificarsi con qualcosa dell’adulto. Bisogna dunque che l’adulto gli offra un immagine di sé che sia attirante perché il bambino abbia veramente il desiderio di identificarsi. In un’attività siete voi l’immagine di identificazione adulta. Bisogna che voi stessi facciate prova di una possibilità d’azione sugli oggetti, sulle cose. Bisogna essere in “buona salute” per essere un’immagine di identificazione corretta per il bambino. Ciò è tanto più oggi quando il bambino rientra a casa e incontra i suoi genitori che dicono: “Faccio un lavoro stupido”.

Voi capite che c’è un blocco per il bambino dal punto di vista della identificazione. Non sono i genitori a esserne responsabili, ma è la condizione dell’esistenza degli adulti che non permette attualmente ai bambini di identificarsi con loro. In pedagogia è la stessa cosa. Molti educatori, e hanno magari ragione, dicono: “Che mestiere da cani”. E’ difficile essere allora un’immagine di identificazione che susciti veramente il desiderio del bambino di diventare adulto. Sono le condizioni di lavoro degli adulti che portano il bambino a respingere l’adulto in questo movmento di identificazione.

Bisogna assolutamente permettere ai bambini di evolversi e di mobilitarsi nel senso di un desiderio di idetntificazione verso l’adulto che è presente con loro e che deve costituire un’immagine positiva. Trovare in noi stessi il piacere in ciò che facciamo suscita il movimento di identificazione del bambino.

La scelta delle attività deve sempre tener conto delle possibilità psico/motorie dei bambini. Bisogna tenere conto della loro età, non proporre delle attività che li mettano in situazione di fallimento, e nello stesso tempo non bisogna sottovalutare le possibilità dei bambini. Essi sono capaci di fare delle cose straordinarie, geniali. Bisogna saperlo e avere il gusto, il desiderio, di mettere il bambino nelle possibilità di “funzionare”.
Bisogna sempre mettersi il più vicino possibile alle sue potenzialità immaginative e abbordare la dimensione tecnica secondariamente. Ciò è fondamentale quando facciamo un’attività con i bambini. C’è un modo di fare che dice: “Adesso andate a fare la creta. Allora vi spiego un po’ la tecnica della creta: la creta è così, si manipola così…”, insomma prima la tecnica e poi si comincia. Se facciamo così si creano delle condizioni che disperdono il bisogno del bambino. Ci si ritrova nello schema dell’apprendimento del lavoro produttivo, del lavoro industriale. Bisogna fare l’inverso, il che non significa che la tecnica non debba intervenire: essa deve aiutare il bambino ad andare più lontano, ma bisogna che intervenga secondariamente, dopo aver misurato il bisogno e aver proposto una risposta. C’è qui una specie di dialettica tra la tecnica del lavoro, la lettura del bisogno e lar risposta al bisogno di fare del bambino. Se si trascura questa dialettica, ci si rinchiude nello schema, nella definizione del lavoro così come è stata corrotta dal capitalismo. Prima di tutto c’è il bisogno, ciò che conta non è la produzione ma la comprensione del bisogno, poi la risposta al bisogno, dove la tecnica interviene come aiuto, come strumento.

Nella vita del bambino si distingue sempre il lavoro e il gioco. Si dice “due ore per lavorare, 3/4 d’ora per giocare”. Il gioco se lo si mette a parte non è per caso. Quando si dice “quando si gioca si gioca, quando si lavora, si lavora” si pronuncia una formula spaventosa in rapporto ai bisogni del bambino. Nei progetti pedagogici, ciò significa che il ioco è un regalo che si fa. E’ un regalo in più, un premio per il rendimento. Si ritrova ancora lo schema del lavoro della società del profitto: il gioco è tempo perso. Nella nostra cultura si ha troppo speso la tendenza a considerare il gioco come tempo perso e a dare la caccia al tempo perso. In realtà più si distingue il lavoro dal gioco, più si è portati a diminuire o a peggiorare l’importanza del gioco nella vita del bambino. Il gioco e il lavoro devono essere mescolati, poiché il gioco si situa al livello del piacere e della produzione dell’immagine, della vita immaginativa, e il lavoro nel bambino deve avere lo stesso valore, essere la stessa cosa. Non c’è il gioco da una parte e il lavoro dall’altra, ma c’è il gioco e il lavoro insieme. C’è la dimensione ludica, la dimensione del gioco, la dimensione immaginativa nell’attività del bambino, e in particolare nelle attività manuali. Io credo che occorra fare molta attenzione a separare troppo rigorosamente gioco e lavoro. Altrimenti questa distinzione ci porterà a imporre ai bambini un ruolo e a essere gli strumenti dello sfruttamento. La dicotomia tra tempo libero e lavoro deve essere eliminata dalla vita umana e dalla vita dei bambini.

 __[]_______________________________________________________________________

Annunci