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La recente campagna televisiva sulla sicurezza stradale realizzata dall’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) offre lo spunto per qualche considerazione.

Ci sono molti modi possibili di tentare una comunicazione efficace sui rischi della strada, dove l’efficacia si misura con la capacità di raggiungere i propri destinatari rendendoli consapevoli dei rischi e ispirando comportamenti conseguenti ispirati alla prudenza al volante.

Limitiamoci, per amor di brevità, solo ad accennare l’ovvia considerazione che tale “educazione”, per essere reale e non pura posa “civile” tanto inefficace quanto ipocrita, dovrebbe essere realizzata con tutt’altre modalità (corsi e laboratori nelle scuole, incontri, video, finanche spettacoli teatrali). E’ evidente infatti che i comportamenti stradali “a rischio” andrebbero posti a ragionamento con i tempi e i modi capaci di indagarne le cause prime (desiderio di potenza, senso di libertà, ammirazione dei pari, superamento dei limiti, trasgressione delle regole ecc.) e i modelli culturali che le promuovono incessantemente (dagli spot pubblicitari ai film alle cronache sportive ai videogame). Posti in discussione, elaborati e superati, come ogni percorso educativo si prefigge quale che sia il suo campo di intervento.
Ma invece, in Italia, si inizia a lavorare sempre dal fondo o, per meglio dire, quando i buoi sono scappati (non è queso il paese delle “emergenze”? dell’assenza di politiche di prevenzione sia che si parli di rischi idrogeologici, di politiche del debito, o di ludopatie?).
E per quanto riguarda l’educazione stradale tutte le iniziative mirano quindi a “frenare” gli istinti rischiosi, quando questi sono nel frattempo stati metabolizzati per tutta la stagione giovanile in cui l’identità si forma assimilando i modelli sociali e culturali che si hanno intorno, garantendosi così di poter divenire a tutti effetti membri della comunità (comportamenti criminogeni compresi).

Le luci…

Ed ecco allora che lo spot televisivo o la campagna di affissioni, nella loro tragica inutilità, assorbono per intero l’impegno civile all’educazione stradale, sia che venga promossa dallo Stato sia che venga realizzato da organizzazioni private (per statuto? per social responsability? per ingrassare agenzie pubblicitarie?).
Dove mettere allora i soldi per (fare finta di) dire ai giovani e meno giovani che l’automobile (dopo la bottiglia, ma questo è un altro italico intoccabile tabù) è lo strumento con cui consumano omicidi e suicidi in gran quantità?
Ma nella televisione ovviamente. Nello scatolone magico dove si forgiano i destini patri, dove si forma la coscienza civile, dove si addestrano i consumatori…

Ed ecco allora lo spot risibile dove una frase gridata da un volto diafano quanto inquietante (mezzo clown mezzo “cavaliere oscuro”) vuole essere straniante e risulta solo incomprensibile, vuole essere evocativo e appare solo improprio, vuole essere forte ed è solo scomposto.
Chissà chi si è compiaciuto di crearlo e chissà chi si è compiaciuto di pagarlo. Probabilmente persone legate da amicizia o lucro, sicuramente non dall’urgenza civile di incidere nella realtà della percezione e dei comportamenti né da reciproca stima per le competenze educative.
Ma, tocca ripeterlo, questa è l’Italia di oggi, un palcoscenico per illusionisti. Con tante luci, troppe, utili solo a disturbare lo sguardo di chi assiste. In questo, lo spot, è apologetico.

Le ombre…

In un forum francese sulla sécurité routiere si legge questo commento anonimo sorprendentemente coincidente con le considerazioni sopra esposte:

«Ces silouhettes nous rappellent en permanence ce qu’il s’est passé et c’est du concret, pas une image cathodique qui cède sa place à une marque de shampoing…»
Queste sagome ci ricordano costantemente cosa è successo e in modo realistico non per mezzo di un’immagine catodica seguita dalla pubblicità di uno shampoo…

201212072049_w350Chi ha avuto occasione di viaggiare sulle strade nazionali francesi conosce l’effetto – prima di sorpresa, poi di inquietudine, infine di consapevole mestizia – prodotto dalle sagome di legno che punteggiano i bordi della strada.
Al primo incontro con queste “ombre” non si capisce, ma poi la comprensione inesorabilmente prende il posto della sorpresa: ogni sagoma è una persona deceduta, in quel punto, vittima di un incidente stradale (guidatore, passeggero o pedone non fa differenza). Se i decessi sono stati più d’uno le sagome si allineano una dietro l’altra come una processione di salme che offrono ai vivi il proprio ricordo e un muto ammonimento. A volte sul loro petto di legno è scritta anche l’età.
Ecco allora che matura inevitabilmente la consapevolezza, non solo per la chiarezza del messaggio quanto per la quantità di volte con cui si ripete nel corso di un normale tragitto. Nessuno ha davvero presente quante siano realmente le vittime della strada, e vederlo rappresentato con tanta silenziosa evidenza costringe obbligatoriamente a pensarci. Sia durante la guida che dopo, come dimostrano le infinite discussioni sui forum francesi a proposito di questa “segnaletica”.

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«
Je ne sais pas exactement comment on doit les appeler.
Pour moi ce sont des “ombres” mais en réalité, ce sont des morts…
Par chez moi, il n’y a en a pas mais, en Haute Savoie, il y en a beaucoup…
Ce sont des silhouettes, sur certaines on peut lire l’âge qu’avait la personne qui a perdu la vie à l’endroit où celle-ci est disposée…»
Non so esattamente come vadano chiamate.
Per me sono delle “ombre” ma in realtà, sono dei morti…
Dalle mie parti non ce n’è, ma in Alta Savoia ce ne sono molte..
Sono delle sagome, su alcune si può leggere l’età della persona che ha perso la vita in quel luogo…

«A titre personnel, lorsque je croise ces ombres noires, je ressens, à chaque fois, une émotion…»
Personalmente, provo un’emozione ogni volta che incrocio queste ombre nere…

«Moi quand je vois toutes ces silhouettes, ça me choc plus sur le coup et d’ailleur ça me fait lever le pied et être encore plus prudent…»
Io, quando vedo tutte queste sagome, provo uno choc che peraltro mi fa alzare il piede [dall’accelleratore] e essere ancora più prudente…

Avete mai letto qualcosa del genere a commento delle insipide campagne di informazione allestite in Italia?
Non credo, ed è normale che sia così. Perché qui, quale che sia l’entità tragica del fenomeno che si vuole portare alla conoscenza collettiva, ogni comunicazione si attutisce e si anestetizza, per timore di non “turbare” le coscienze, per non incidere su quello stato d’animo collettivo che si vuole sempre spensierato (in quanto elettore) o euforico (in quanto consumatore), al riparo da dubbi, contrarietà e turbolenze.
L’assenza di laicità del nostro Stato non si misura solo sul balbettio con cui si confronta sullo spazio dell’influenza religiosa nella vita quotidiana (la famosa “libertà di coscienza” sui temi etici). Ma anche sul moderatismo benpensante e paterno che rifugge con ipocrita sufficienza, e con reale timore, la radicalità dei problemi sociali, mettendo loro la sordina.
Bel paradosso per la culla mondiale del cristianesimo, il cui mille volte tradito fondatore imponeva ai suoi discepoli di dire dei sì che fossero sì e dei no che fossero no, facendosi carico delle conseguenze dei propri pensieri e azioni…

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