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Il taglio del ragionamento di Marco Lodoli sulla difficoltà degli insegnanti nell’appassionare i propri studenti agli studi letterari (“Addio cultura umanistica”, La Repubblica 31/10/12), è tipico di chi è innamorato del Sapere e non del Ragazzo, di chi si duole per Dante e Leopardi e non per Chicco, Jemuel, Rosa e Irina.
E qui sta tutta l’inutilità dello sconforto di cui Lodoli si fa portavoce.
Sono certo che nessun maestro di strada, nessun educatore di comunità, nessun operatore di centri di aggregazione lo sottoscriverebbe.
Per il semplice motivo che non hanno interesse per un giovane idealizzato e quindi deludente, ma se stanno facendo il loro lavoro (difficilissimo e negletto) è perché hanno in amore il ragazzo vero. Quello in carne ossa e iPod.

Ma nella scuola italiana si riconosce il titolo di educatore solo alle operatrici della scuola di infanzia, poi per trovarne altri bisogna andare a frugare tra le rattrapite pieghe del welfare sociale. Nel proseguio del curriculo scolastico invece scompaiono e si ha a che fare solo con maestri, insegnanti, docenti, professori. Fine delle necessità per lo Stato di possedere una competenza pedagogica (in questa imperdonabile miopia si sono peraltro accatastati tutti: Gelmini, Berlinguer, Fioroni, Moratti, Gelmini, fino a Profumo e ai concorsoni sì/no riportati dalla cronaca di questi giorni…).
Come sintetizza bene Gardner, ricercatore di quelle intelligenze multiple che tutti citano ma nessuno traduce in pratica: “i docenti del ciclo obbligatorio amano i bambini, quelli delle superiori amano i libri, quelli universitari amano sé stessi…”

Com’erano belli i tempi in cui i ragazzi sottomettevano il loro bollore adolescenziale (bollore di identità, conoscenza e autonomia) al decalogo di contenuti e modi imposti dagli adulti e dalle loro “agenzie di socializzazione”: famiglia, scuola, oratorio, caserma, palestra…
Che festa quando buona educazione e severità pedagogica stringevano adulti e minori nelle ganascie dei ruoli sociali e tutto filava via liscio e se non filava diritto si raddrizzava o si espelleva. Una sorte di sindrome di Stoccolma di massa apriva nel cuore dei ragazzi le porte all’abuso della propria intelligenza, del proprio talento, delle proprie incertezze. Insomma della propria specificità. In barba a tutti i proclami nazionali e internazionali (da Delors a Morin fino alle nostre Linee guida dicasteriali) sullo studente soggetto centrale dell’azione educativa, milioni di bambini e ragazzi sono stati solo capi di uno sconfinato bestiame da addestrare secondo i dettami ministeriali.

Epperò le cose sono andate negli anni facendosi via via più difficili, disagevoli, frustranti. Questa volta, però, anche per gli adulti, i professionisti dell’istruzione.
E come mai?
Forse perché anche tra i banchi di scuola si è andata affermata in questi decenni una esigenza irriducibile: la Soggettività.
Quella consapevolezza di un Io unico che nel frattempo è divenuta dimensione irreprimibile nella cultura iper-individualista contemporanea.
Quella stessa soggettività – che è in primo luogo auto-tutela del proprio legittimo desiderio di vivere coltivando le proprie inclinazioni e rispettando i propri sentimenti – che ha fatto esplodere oltre che le scuole anche l’istituto secolare del matrimonio non più vissuto come un necessario partenariato economico (La lettura, 4/11/12).
Naturalmente la soggettività a scuola c’era anche prima, ma nessuno se l’è filata. Perché se qualcuno avesse avuto l’intenzione e le capacità per farne motore del proprio operare didattico avrebbe avuto tra le mani degli studenti coinvolti non dei ragazzi svogliati o scostanti. Ma, tranne poche, eccezionali e poco considerate eccezioni, non è stato così. La regola è rimasta che il giovane deve compiacere l’adulto nelle sue aspettative e non viceversa. Anche perché sai che fatica dare retta davvero a ognuno singolarmente…

Ora la Soggettività dei ragazzi si è fatta brutta, aggressiva, avvilente.
Porta a scuola tutto quello che con lo studio non c’entra disconoscendone il compito istituzionale. Tutto vero, tutto molto difficile da gestire e trasformare. L’adolescenza è sicuramente l’età dell’Ego ed è giusto che lo sia. E’ anche la tonnara in cui pescano tutti i persuasori del consumismo. Ma quello che un educatore dovrebbe sapere è che si tratta soprattutto di una straordinaria fonte di energia (rinnovabile) che può essere usata per trasformare il giovane in un adulto compiuto.
Bisognerebbe però chiarirsi le idee su cosa significhi davvero “studio” e cosa dovrebbe essere davvero la scuola. Non c’è bisogno di scomodare un estremista come Don Milani, basterebbe leggersi bene un moderato e pragmatissimo Rosario Mazzeo per farsene un’idea.

Invece la scuola va in crisi. Non per l’insipienza dei ragazzi ma per l’insipienza di chi dovrebbe essere cerniera tra loro e il mondo.
Ma le crisi sono spesso occasioni necessarie al cambiamento, anche radicale.
C’è quasi da provar piacere a leggere di questo stato di sofferenza del corpo insegnante. Ora si fa sul serio: prima tutti erano capaci di fare i professori con le loro competenze disciplinari sancite da una laurea e da un concorso abilitante, adesso sopravvivano quelli che sono capaci veramente di essere maestri, di onorare il compito a cui sono chiamati non nell’interesse del preside, del provveditore, del ministro o del re, ma dello studente. Quegli insegnanti capaci di ingenerare stupore, curiosità, coinvolgimento. In una parola, capaci di creare senso. Quel senso che, da adulti tutti cercano in ogni angolo, ma che ai giovani viene negato perché non sanno del loro futuro e devono fidarsi. “Quando sarai grande, saprai perché” cantava Bennato…
E’ invece basta un niente, volendolo, per porre ogni argomento di apprendimento in relazione con le proprie esigenze presenti. E se non succede, vuol dire che è sbagliato l’approccio – non il ragazzo! – oppure non è ancora il momento, e allora il dettato ministeriale va ridiscusso, negato, rifatto. Senza timori reverenziali.

La risposta pavloviana ai disagi maturati nelle classi è stata fin qui quella della retorica borghese incarnata meravigliosamente dalla Ministra dei Neutrini: grembiuli e voto in condotta alla scuola pubblica e denari a quella privata. Ma non ha funzionato. Chi entra ogni giorno nella scuola per insegnare lo sa.
Cominciamo a fare diversamente? La iniziamo a considerare quella soggettività – plurale in un gruppo-classe – con la quale è possibile rapportarsi evolutivamente solo se dotati di competenze educative? Facciamo gli italiani e applichiamo la creatività anche alla pedagogia?
Se banalmente partissimo dal principio che prima viene il compito di aiutare delle persone a diventare felici e responsabili e, poi, di socializzare con loro il sapere che circola nel mondo intorno a loro?

Buttate vie queste tristi fotocopie da colorare e insegnate ai bambini cosa sia davvero esprimersi disegnando. E se non lo sapete fare, e quindi insegnare, imparatelo per primo voi stessi. Usate la battaglia navale per insegnare le coordinate cartesiane e ballate per capire i numeri, le forme e le trasformazioni geometriche. Girate i musei giocando e non genuflettendovi al Sapere. Ci sono migliaia di proposte straordinarie che (udite udite!) funzionano didatticamente, come esiste una lunga tradizione di innovazione pedagogica che è stata abbandonata in un riflusso generale delle capacità critiche e di analisi dell’individuo e della società.
Negli anni Settanta (quarant’anni fa…) il mio maestro elementare il primo anno di scuola iniziava la mattina chiedendo ai bambini il resoconto degli eventi significativi della giornata precedente e – selezionando – riportava tutto alla lavagna. Che scoperta! I pensieri potevano essere fissati! Non passavano che pochi mesi prima che tutti i bambini della classe sviluppasero il bisogno di imparare a scrivere da se stessi, per non dover attendere il proprio turno nel raccontare storie. Oggi siamo tornati ai dettati…

L’impianto del progetto scolastico dell’Italia di oggi è anacronistico sia metodo che nel merito. Chiunque può testimoniare quanta parte di ciò che si è stati costretti a studiare, svanisca dalla mente appena varcata in uscita la soglia della scuola. Quanti usano seno e coseno e equazioni di secondo grado nella vita adulta? O la cronologia delle infinite insopportabili battaglie risorgimentali italiane? O l’analisi logica?
Molti professoroni – e professorini – si inalbereranno istantaneamente a queste considerazioni. Sono nozioni indispensabili alla formazione dell’individuo e del cittadino. Ma non è vero. E’ un esercizio di retorica che mette al riparo dai rischi di un vero progetto formativo della persona che costringa a ri-progettare percorsi e contenuti continuamente, senza potersi accomodare in nessuna rendita di posizione cattedrattica.
La retorica dell’istruzione che deve essere propalata a tutti, indipendentemente da desideri e attitudini dei singoli ragazzi – al fine di porre le basi di un’uguaglianza formativa di base è anacronistica almeno quanto l’assegno di reinserimento lavorativo retribuito ai parlamentari: davvero qualcuno pensa ancora di poterlo difendere inalberando i principi egualitari concepiti in un’Italia popolare, operaia e contadina?
L’uguaglianza delle possibilità non è trascinare tutti verso lo stesso obiettivo, ma consentire a ognuno di realizzarsi. Sapeste quanta gente è felice di fare il tipografo, il tecnico luci o il panificatore e non sogna di diventare un Profumo di Busi di Passera o un Eco nei Monti Ruini…
Da non credere…

Oliviero Grimaldi

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