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Riportiamo da la Lettura, supplemento del Corriere della Sera del 16 settembre 2012, l’articolo di Francesco Piccolo.
Naturalmente senza averne l’autorizzazione, convinti solo dell’utilità di divulgare pensieri che facciano pensare, e pronti a cancellare tutto su richiesta di chi ne detiene i diritti.

L’arte di non saper perdere

di Francesco Piccolo

«La gara leggenderia dell'[ultima] Olimpiade sono so stati gli 800 metri, per come Rudisha ha corso e demolito il record del mondo.
Ma era un keniano e per questo ho rischiato di non vederlo in diretta: perché c’era la semifinale di taekwondo e tutti volevano vedere lottare l’italiano e fare il tifo. Il motivo principale era il medagliere. Tutti si occupavano del medagliere come se fosse la questione decisiva. Se l’italiano avesse vinto un bronzo, avremmo superato il Kazakistan o la Svezia […]

Noi italiani teniamo alle vittorie e alle sconfitte in modo sconsiderato. Per questo non sappiamo perdere.
Teniamo a tutto; teniamo ai premi letterari o cinematografici, come teniamo al medagliere dell’Olimpiade. Ci presentiamo a ogni festival con la domanda: vinceremo qualcosa quest’anno? Come se fosse questa la domanda più importante riguardo a un film o a un libro. E se poi non vinciamo, siamo molto delusi e vogliamo spiegazioni, immaginiamo complotti, ne chiediamo conto allo sconfitto.
E non solo non sopportiamo, ma desideriamo che un grande regista come Bellocchio venga costretto a confessare quanto ci sia rimasto male, e soprattutto sia costretto a dire che il suo film è stato invitato a tanti altri festival, come un ragazzino qualsiasi.
Dmenticandoci tutti che si sta parlando di Bellocchio e di un bel film; ma, poiché ha perso, anche lui dimentica di essere Bellocchio e dimentica di aver fatto un bel film. Per questo dice che il film è stato invitato ad altri festival: perché teme che non pensiamo più che sia un bel film, visto che non ha vinto il Leone d’Oro.

Nel nostro Paese, la differenza tra una vittoria e una sconfitta è gigantesca e condiziona perfino la qualità: un libro e un film sono più belli se vincono un premio, sono più brutti se lo perdono. Se Scarpa batte per un voto Scurati allo Strega, il libro di Scarpa diventa automaticamente più bello di quello di Scurati […]

Una volta un allenatore di calcio, Luigi Cagni, disse che non era contento quando i suoi giocatori esultavano in modo eccessivo dopo aver segnato un gol, perché erano gli stessi che si abbattevano dopo averlo subito. Voleva dire che per imparare a perdere in modo meno tragico, dobbiamo imparare prima a vincere in modo meno euforico. I premi letterari o i festival andrebbero presi esattamente così: con una felicità temperata se si vince, con una delusione temperata se si perde.

Per ora, invece, la sconfitta è sempre una tragedia. E quindi siamo incapaci di accettarla. Non vogliamo sapere cosa andare a vedere, cosa leggere, o se c’è una canzone bella a Sanremo. Noi vogliamo sapere chi ha vinto, e soprattutto vogliamo intervistare chi ha perso, perché vogliamo che confessi che sta soffrendo. E chi ha perso soffre davvero, perché non siamo bravi a perdere. E’ una cosa che non sappiamo fare, nemmeno alle elezioni. Per questo il giorno dopo tutti dicono che le hanno vinte […]

Qui da noi, se sei nominato al David di Donatello o sei finalista al Campiello, e perdi, sei uno sfigato, per sempre.»

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Un bel tema educativo, no?
Però mancano dei pezzi. Per esempio:

  • Perché è necessario dare un premio?
  • Perché non si può semplicemente realizzare un’esposizione della qualità, senza gerarchizzare?
  • In quanti sono capaci di prescindere dall’approvazione pubblica per sentirsi bene privatamente?
  • Chi insegna questo modello sociale della “selezione” e chi lo approva, consapevole o inconsapevole?
  • Quale equilibrio c’è tra la rilevanza mediatica degli eventi “competitivi” rispetto a quelli “cooperativi”?
  • Chi adesso affoga nel mare spietato del (la mancanza di) lavoro è consapevole che si è fregato con le sue mani quando ha creduto al mito individuale a discapito di quello collettivo?
  • Perché l’informazione è sempre meno razionale e sempre più emotiva, e dunque pone la sofferenza al centro della scena, come insegna il teatro da tremila anni?

Ecc. ecc.

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