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«Il bambino di carta era un bambino origami fatto con un foglietto verde quadrato.»

Inizia così uno dei dodici racconti di Beatrice Masini raccolti nella Bambina di burro edito da Einaudi.
Il bambino veniva piegato la mattina e risteso quadrato la sera. Sottile com’era purtroppo non aveva modo di vivere tranquillo, portato via da ogni refolo di vento, disperso tra i cuscini del divano, incastrato tra muro e lavagna o tra le pagine dell’Atlante geografico.
Tuttavia il problema non era che vivesse poco tranquillo lui, quanto agitati i suoi genitori, che infine lo portarono da un corniciaio e lo fecero incorniciare in tinta con l’arredo del salotto.
Il bambino passò così la sua vita dietro un vetro, appeso sopra il divano, «afflosciandosi un po’»

Da solo questo racconto dice quasi tutto della narrativa terrificante e pedagogicamente retriva dell’autrice, tipico frutto di adulti che pensano di parlare – bene – ai bambini rielaborando – male – i propri nodi non sciolti.
Attraverso tutta la raccolta si tratteggiano contesti e relazioni tetre, crudeli, intimamente violente e soprattutto impossibili da decodificare per dei piccoli lettori quali quelli a cui la collana dell’Einaudi si rivolge.
Una claustrofobia esistenziale che fiorisce tra bambine chiuse nei quadri, nelle lavatrici, nei frigoriferi e genitori aggressivi o abbandonici.

L’invenzione narrativa trasforma i bambini di ogni singolo racconto in altrettanti disabili o disadattati in funzione della propria “sostanza”: il bambino di ferro che cigola non riescendo a rubare i biscotti di nascosto alla mamma e che scappa appena può con gli alieni, la bambina di pelo che si sporca sempre e per sfuggire le ire di sua madre si tinge di blu (modificando la propria identità), la bambina di lana che non riuscendo ad avere l’attenzione della mamma teledipendente, gioca con il gatto che però la disfa…

Forse gli adulti – immaginiamo per primi editor e direttori editoriali vari – si compiaceranno di questi racconti che rispecchiano metaforicamente il loro vissuto difficile (tutti hanno un piccolo o grande vissuto difficile da sbandierare).
Questi adulti non-adulti (e che quindi dovrebbero evitare di svolgere mansioni educative) amano crogiolarsi nei propri ricordi che li fanno sentire sensibili, profondi… Per loro il lavoro di Beatrice Masini è perfetto.

Ma questa erotizzazione del dolore risulta incomprensibile per i bambini, che non fanno meta-letture del testo, ma ne seguono il registro denotativo tout court, esperienze di vita e fantasia riferite dall’amata carta stampata. L’atmosfera cupa e la morale generalmente castrante di ogni racconto di questa raccolta sono invece il contrario di quanto possa produrre di vitalizzante ed evolutiva la narrativa infantile (il buon Rodari si rivolterà tra le nuvole per condividere editorialmente le sue fatiche con questa pochezza).

Non riportiamo per intero il racconto La bambina di lana per non incorrere in problemi di diritto d’autore, ma meriterebbe davvero perché è un manuale psicoanalitico sulle nevrosi adulte scaricata sui minori.

Mutatis mutandis, stesso discorso si può fare per l’altra raccolta della stessa autrice, Che fata che sei, caricatura nevrotica, modernizzante e deprimente delle allegorie contenute nelle favole.

Se volete formarvi “per assurdo” come educatori comprate questi testi, ma teneteli lontani dai bambini (vostri o di altri). Oppure risparmiate i soldi…

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