Riportiamo quasi per intero l’articolo di Camilla Baresani pubblicato su IL, supplemento de ilSole24ore.
Il linguaggio scelto dall’autrice è diretto e lo svolgimento forse un po’ all’acqua di rose, ma sintetizza efficacemente il cuore della questione che sta a cuore a noi: l’urgenza di progettare un’educazione all’uguaglianza di genere che – sola – può aggredire efficacemente una cultura ancora misogina e oppressiva.

Naturalmente non abbiamo nessuna autorizzazione a divulgare il testo. Qualora autrice o editore non condividano il nostro sforzo di diffondere una nuova cultura sull’uguaglianza di genere – e la piccola infrazione legale che compiamo qui -, cancelliamo tutto. Il periodico si fregia dello slogan “non sopporto il politicamente corretto”. Staremo a vedere se vale anche per il copyright…

La guerra alle donne
di Camilla Baresani

Che se ne parli o no, di maschio violento le donne muoiono, spiritualmente e fisicamente, tutto l’anno, in ogni anno, ovunque nel mondo. La morte e la violenza sulle donne sono una malattia endemica della società, nei Paesi cosiddetti civili e in quelli ritenuti incivili. La rabbia del maschio rifiutato, del maschio insicuro, del maschio sospettoso, del maschio ubriaco, del maschio geloso, del maschio prepotente, del maschio complessato, del maschio depresso, del maschio che ha perso il lavoro… qualunqeu sia il problema, tropo spesso la risposta è: la minaccio, la picchio, la violento, la uccido. Sono davvero poche le donne che non hanno mai avuto paura: è capitato a tutte di dover sbire o scappare, di doversi difendere. Non c’è bisogno di essere una prostituta in balia di schiavisti o una povereetta senza autonomia economica che subisce anni di tormenti perché ha fatto figli con l’uomo sbagliato: il gesto minaccioso, l’uomo che si irrita perché a un certo punto delle schermaglie erotiche non ti va più, la fermata isolata del metrò, lo sconosciuto nell’androne, lìx fidanzato che non si fa una ragione di essere stato lasciato… nella vita di una donna c’è sempre, sempre, il momento del panico.

Il sogno più comune degli esseri umani è quello di una vita non asserragliata. Immaginate dunque cosa sia la vita di una donna, una vita che non è mai al sicuro, perché sin da piccola ti insegnano a temere come minimo uno strupro. In Italia le donne che denunciano una violena sono solo il 4 per cento di quelle che la subiscono. Comprensibile, visto che la legge non ci aiuta a sufficienza. Spesso, anzi, ci espone: alla riprovazione, a stupidi giudizi morali, a insulti e insinuazioni.

Al gener di violenze che va dalle botte, allo stupro, all’omicidio – passando per la schiavitù delle prostitute, per l’acido con cui gli uomini del Bangladesh sfregiano le donne, per i roghi con vui vengono punite in India le mogli dalla dote insufficiente – va ovviamente aggiunta la “selezione innaturale” dell’aborto, praticata in Cina, in India, in Corea…
Un’inchiesta dell’Economist pralva di 100 milioni di bambine morte tra mancata nascita, infanticidio, minori cure e scarsa alimentazione. Bambine non diventate donne, la cui voce, il cui peso sociale e politico, manca all’appello.

Ma tornando al nostro beato mondo occidentale, la mia idea è che, certo, bisogna lavosrare per modificare le leggi, ma soprattutto bisogna lavorare sulla famiglia, che è la principale incubatrice delle violenze sulle donne. «Datemi dei genitori migliori e vi darò un mondo migliore» è il celebre assioma di Aldous Huxley. A questo punto direi che tocca a noi intervenire, alle madri, alle zie, alle insegnanti. Se persino nei Paesi ritenuti più socialmente avanzati, per esempio in Svezia, i maschi dopo aver bevuto picchiano e stuprano e uccidono le femmine, vuol dire che nella mentalità maschile c’è qualcosa che va educato sin dalla più tenera infanzia. Bisogna insegnare ad accettare il fammilento, a rispettare la vita, a non prevaricare (1).

Le madri devono smettere di ergersi a protrettrici del figlio maschio contro quella stronza della fidanzata, della nuora, della ragazza che l’ha provocato girando in minigonna, restando incinta e poi andandosene con un altro. Appare evidente come dietro molti dei maschi assassini della moglie ci sia una madre che non ha fatto il suo dovere di donna. Ci sono mamme cerbere che si ergono a custodi della “tradizione”, parola detestabile perché sulla scorta di questo concetto passano le peggiori usanze contrarie ai diritti delle donne. E’ tradizione il velo, la mutilazione genitale, la donna custode della virtù, la suora col capo coperto che non può dire messa. Per una donna “tradizione” è la morte civile. Molto meglio parole come “ricordo”, “memoria”, cioè la tradizione filtrata da una contemporaneità che stiamo cercando di piegare al nostro diritto di una vita piena, e senza paura.

1. Sul tema della violenza dei ragazzi sulle ragazze che origina da un frustrazione legata al minore rendimento scolastico, rimandiamo nuovamente all’articolo pubblicato su Le Café Pédagogique.

Annunci