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Riportiamo alcune righe di uno scritto del sociologo Pierre Bourdieu pubblicato su Lettera internazionale del luglio 2012.

Lo spunto è estremamente interessante se si pone attenzione alla costruzione di una nuova, diversa, relazione di genere da costruire tra giovani donne e giovani uomini, in cui parità e correttezza reciproche passino in primo luogo dall’educazione all’autostima delle ragazze oltre che ovviamente dall’educazione al rispetto per l’altro sesso da parte dei ragazzi.

Ciò che Bourdieu afferma con riguardo allo sport e alle modifiche che questa pratica comporta nella percezione di sé che ne ricavano le donne che lo praticano, vale in uguale misura per tutte quelle discipline artistiche che – unendo pensiero, corpo ed emozioni – richiedono altrettanta intelligente dedizione e costanza psicologica, producendo una conseguente profonda auto-realizzazione.
A iniziare dalle performing arts: danza, teatro, arti circensi ecc.

Le discipline artistico-espressive, come quelle sportive, risultano neglette nell’offerta formativa di qualunque ciclo scolastico, relegate a poche ore curriculari e a percorsi episodici promossi da volenterosi docenti. Il paradigma formativo della nostra scuola punta tutto sull’intelligenza logico-razionale e sul suo infinito snervante (e largamente improduttivo) addestramento seduti ai banchi. Il corpo è concepito come un mero veicolo, che ci trasporta qua e là e che lavora gli zuccheri che alimentano il cervello. Fine. Così tutte le istituzioni educative barcollano quando devono affrontare temi quali la salute alimentare o quella sessuale (paura!), perché all’improvviso tocca di comprendere ed essere amici di quella dimensione di sé che non viene mai considerata: la propria condizione vitale corporea.

Toccherebbe di darsi una svegliata. Soprattutto anche alla luce di riflessioni documentate come quelle qui esposte da Bourdieu che pongono in relazione l’educazione corporea (femminile) con una differente percezione di sé, primo passo lungo la strada verso una società in cui le donne non siano più prigioniere di quella “economia simbolica” che le vede come oggetti e non come soggetti, da avvilire psichicamente o fisicamente come i rotocalchi e la cronaca nera ci raccontano tutti i giorni.

Ecco il testo:

«E’ necessario mostrare che alla base della situazione dominata della donna, e del suo perpetuarsi al di là delle differenze temporali e spaziali, c’è il fatto che in questa economia [dei beni simbolici] la donna è più oggetto che soggetto […]
Mi soffermerò un attimo solo sul ruolo passivo attribuito alla donna e che mi sembra trovarsi, ancora oggi, a fondamento del rapporto che le donne hanno con il proprio corpo, un rapporto che ha a che fare con il fatto che il loro essere sociale è un essere-percepite, un percipi, un essere per lo sguardo e, se così si può dire, un essere tramite lo sguardo, suscettibile di venire utilizzato, a questo titolo, come un capitale simbolico. […]
Poiché temo molto di essere frainteso, cercherò di spiegarmi con un esempio, rifacendomi a un bell’articolo sulle donne e lo sport. L’articolo mostra che la pratica intensiva di una certa disciplina sportiva determina nelle donne una trasformazione del rapporto con il proprio corpo e permette loro di acccedere a una visione di esso che si potrebbe definire maschile; consente loro insomma di avere un corpo per sé invece di essere un corpo per gli altri, dà loro un corpo che è in sé il proprio scopo.
Cosa che lascia chiaramente emergere il fatto che il corpo imposto in tempi normali è dunque un-corpo-per-l’altro, un corpo abituato allo sguardo degli altri, un essere percepito […]
La trasformazione del rapporto con il corpo attraverso lo sport si accompagna a una trasformazione profonda dei rapporti con gli uomini. Le donne smettono in questo caso di apparire femminili, cioè disponibili, almeno simbolicamente. Il loro rapporto con il proprio corpo è cambiato al punto che non rispondono più alle attese socialmente costituite su che cos’è una donna

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Un altro spunto sul corpo grande assente nell’educazione scolastica e su quanto invece rappresenti una dimensione fondamentale nell’elaborazione di una pedagogia attenta alle differenze di genere, è contenuto in questo interessante articolo (in lingua francese) pubblicato sul sito Café Pédagogique: Filles et garçons dans le système éducatif français. Un fracture sexuée.


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