Tag

, , , , , ,

Esattamente quarant’anni fa Lev Vigotskij pubblicava il testo tradotto in italiano “Immaginazione e creatività nell’età infantile”. Era il 1972.
Leggere oggi le prime pagine della prefazione di Alberto Alberti da molto da pensare…

«Nel mondo “occidentale” l’attenzione verso le attività creative del fanciullo, sotto il profilo psico-pedagogico, si manifesta in misura cospicua a cominciare dal 1950 – anno in cui copare su American Psychologist l’articolo Creativity di J.P. Guilford – precisandosi e sfaccettandosi in una lunga e ricca serie di studi teorici e ricerche “sul campo”, di vario interesse e importanza, ma tutti ugualmente riconducibili a un denominatore comune: quello della prospettiva efficientista propria della cultura nord-americana o di ispirazione nord-americana. Presupposto implicito di tale prospettiva è il disegno di conservare, rendendolo sempre più “accettabile” il sistema attuale basato su una gerarchia di classi sociali, con una minoranza che detiene le leve del potere e una maggioranza destinata a ruoli subalterni se non meramente esecutivi. Sul terreno educativo concreto, ciò comporta l’individuazione di un 20% di soggetti superdotati capaci di costituire la futura classe dirigente e quindi destinatari di interventi pedagogici particolarmente stimolanti e gratificanti, di contro un 80% di bambini a cui sarà riservata un’educazione di tipo riduttivo, tale da convincerli al ruolo subalterno.
L’intelligenza e le capacità dei singoli non sono una variabile indipendente: fattori di ordine economico, sociale, culturale, storico e geografico incidono fortemente su ciascun bambino fin dalla nascita e lo condizionano e lo strutturano in maniera diversa. Costruendo delle tecniche di misurazione in collegamento con il modello culturale della classe dirigente (cosa di facile evenienza, essendo tale modello in posizione privilegiata), è agevole capire che si otterrà una scala di valori ai cui primi posti (in quella fascia del 20% da destinare al governo della società) si situeranno i bambini appartenenti alle classi elevate, in quanto più conformi al modello dato. In questo modo il sistema provvede alla sua conservazione.

Vi sono, è vero, molte persone in buona fede che vedono nell’uso dei test e delle tecniche di misurazione in genere, una premessa per una sorta di giustizia distributiva, per dare cioè a chi risulta meno dotato una costellazione di stimoli educativi più vasta e più efficace che non agli altri, in modo da eliminare o quanto meno attenuare i dislivelli di partenza. Senonché nella pratica l’effetto di massa (…) è stato quello di vedere catalogato il materiale “bambini” in tre grandi fasce: superdotati, normali e sub-dotati, da indirizzare a scuole diverse: estremamente confortevoli, materialmente e culturalmente, quelle per i c.d. telentati (corrispondenti, peraltro, alle scuole dei quartieri-bene delle nostre città); di livello medio e non prive di deficienze ambientali e no, quelle per il secondo gruppo; con grosse carenze di idee e di mezzi, le classi differenziali e le scuole speciali.

Assunte così con valore di variabili indipendenti, le differenze di partenza, lungi dall’essere contenute e ridotte, si approfondiscono man mano ch si procede negli anni, fino a presentarsi, nell’età adulta, come fatti oggettivamente incolmabili e soggettivamente accettati sotto il segno dell’ineluttabilità “scientificamente” verificata. Il mito dell’efficienza rivela così il suo vero volto: quello di una operazione politica di dominio; diventa un instrumentum regni non dissimile nei suoi effetti a quella che era la attribuzione di sacralità nella persona del regnante medievale. L’unzione, investitura divina metteva il sovrano al di sopra della gente comune: l’educazione all’efficienza riservata ai talentati mette costoro al riparo di ogni possibilità di ribaltamento sociale.

Si capisce che particolarmente indicate per tali effetti sono le tecniche di misurazione, basate sul presupposto di una correlazione lineare ed esclusiva tra stimolo e risposta, quelle che comunemente si indicano come test di QI (quoziente di intelligenza) e che prevedono per un determinato quesito una e una solo soluzione corretta. In questo caso, il modello di riferimento è certamente più rigido e solo i soggetti che hanno un atteggiamento molto conforme al gruppo dominante (portatore di quella cultura) sono in condizione di riuscire meglio o ottimamente.
Anche se il testista usa oggi tutta una serie di accorgimenti per rendere meno odioso il valore generale di tale risultato, non v’è dubbio, tuttavia, che una certa percentuale di soggetti di notevole intelligenza, non però orientata nel senso del conformismo, non verranno mai classificati nella fascia alta del QI.

(…)

Certo, nei libri stampati non si ammette una tale visione del problema; anzi, si insiste sull’esigenza di conoscere “scientificamente” il bambino per intervenire correttamente nella sua formazione. Ma il senso vero dell’interesse è nell’aria: non solo si ha una considerazione per i soggetti ad alto rendimento, il che è inevitabile se c’è una logica nella pratica così diffusa del “misurare”, ma anzi si possono cogliere ammissioni clamorose come quella contenuta nel peraltro interessante libretto di A.J. Cropley, La creatività, secondo cui lo studio del pensiero divergente si colloca nel quadro della “utilizzazione massima di tutte le risorse intellettuali dei popoli” che è essenziale ai fini di “mantenere le proprie posizioni nel mondo” poiché “molto probabilmente la nazione che riuscirà ad emergere nei prossimi anni, sarà quella che avrà meglio operato in questo campo”. Siamo, come dichiara esplcitamente l’A. nel pieno di una “corsa dei cervelli”, nel quadro di un disegno imperialistico proprio di una cultura che si fonda sul privilegio di pochi e lo sfruttamento di molti.»

__[]____________________________________________________________________

Annunci