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«L’arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società. Strano che in un paese come l’Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere.»
Quanto contribuiamo tutti noi insegnanti, educatori, artisti, nel formare gli adulti di domani «in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti»?

Dall’intervento di Franco La Cecla, pubblicato su la Repubblica del 13 marzo 2012, che riportiamo qui sotto integralmente.

E’ la disoccupazione creativa che ci salverà dal mercato

di Franco La Cecla

Sono passati più di trent’anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, “Il diritto alla disoccupazione creativa”, nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro c’era un’altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come un’occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e del mercato.
Illich rivendicava uno spazio alla disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari.

Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare qualcosa per sé o per gli altri, dall’orto all’asilo gestito in comune, dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario.
Il diritto alla disoccupazione creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle maledizioni che l’uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale.

Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro “Insieme” che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia i “workshop”, i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo.

L’arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società.
Strano che in un paese come l’Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere. Mi sono commosso poco tempo fa visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino sperduto e bello dell’Abruzzo: le mani del migliaio di sarti che vi lavoravano conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c’era e c’è Obama, Clinton e tutti i James Bond. Ma la logica del lavoro artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di “lavorare” quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione che gli viene dalle trippe profonde mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica risicata dei banchieri e degli economisti nostrani. È solo l’energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare “valore”. Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti, dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare e spremendo l’entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche.

Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti. In Cina, in Brasile, in Argentina, in India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di autocostruzione, l’educazione autogestita, i social network, l’informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e discussione, tutto questo ha consentito e consente il “grande balzo in avanti”.
E non si tratta della banalizzazione delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere gestire le risorse naturali e culturali.

Il tesoro che i banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma proprio del contrario dell’avere della vita e della società una concezione ricca e creativa. Quella che l’Italia ha insegnato al mondo nella sua passione per il bello, l’interessante, il fatto bene e che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il “valore” del valore.

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