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Su Repubblica del 2 gennaio 2012 viene esposto il progetto “Scuola in chiaro” lanciato dal ministro Francesco Profumo che si prefigge di rendere accessibili via internet una serie di dati riguardanti gli istituti scolastici, allo scopo di fornire maggiori informazioni alle famiglie che devono valutare dove far compiere gli studi ai propri figli: dal numero di docenti e personale ausiliario alle statistiche del successo scolastico (promozioni e respingimenti) e alla dispersione scolastica, dal numero e dimensione delle aule agli spazi attrezzati per lo sport e le altre attività, dai corsi pomeridiani alla presenza di strumenti didattici quali la lavagna interattiva multimediale.

Sicuramente dati puramente “quantitativi”, tuttavia estremamente utili a fotografare caratteristiche oggettive della scuola, benissimo mascherate invece negli anni scorsi dalla ministrina del Garda che ci aveva portato in dono il governo Berlusconi.

Il progetto, però, scopriamo che rattrista Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante torinese, intervistata da Federica Cravero. Perché?

Perché di questo passo si finirà “per scegliere tutte le cose della vita grazie a misurazioni e statistiche” e perché con una tabella si potrà “scoprire quanti insegnanti ci sono, ma mai quanti sono gli insegnanti bravi.”
Secondo la Mastrocola per scegliere la scuola è ancora fondamentale invece il passaparola tra conoscenti “perché tutti sanno benissimo quali sezioni in una scuola funzionano e quali no, quali insegnanti valgono e quali no. Vox populi vox dei.”
Tentativi di individuazione della scuola migliore che comunque non garantiscono alcunché perché questa strada “non deve essere un modo per affidare alla scuola ogni responsabilità sulla formazione degli studenti. Dobbiamo ricordare che lo studio e l’impegno sono individuali, questo è compito di ogni singolo ragazzo. Anche se non si capita nella classe migliore, quello che conta per studiare sono sempre i libri.”

Sono molto gravi i principi sottesi a questo apparente buon senso, che invece maschera un’idea ancora reazionaria della scuola, nonostante si sia nel terzo millennio e alcune conquiste educative, pedagogiche, sociali e culturali dovrebbero essere ormai consolidate.

Iniziamo dall’ultimo, forse il peggiore. Leggendo che non è solo alla scuola che si può affidare ogni responsabilità sulla formazione degli studenti, si tira un sospiro di sollievo: giusto, dirà che vanno coinvolte anche le famiglie, i molti attori educativi con cui entra in contatto un bambino o un ragazzo, a iniziare dai media… E invece no, si scopre che la responsabilità non sta sulle spalle dell’istituzione scolastica perché deve stare sulle spalle del ragazzo! E da lui, e dalla sua frequentazione dei libri, che dipende realmente (è giusto che dipenda) il successo o insuccesso scolastico.
Questa idea è odiosa socialmente, perché finge di non sapere che l’attitudine allo studio dipende moltissimo dai differenti contesti socio-familiari di provenienza che prorio la scuola ha il compito di allineare al massimo livello possibile.
E’ odiosa educativamente, perché assolve l’adulto, il docente, dal compito che gli è proprio scaricandone gli esiti sull’anello debole della relazione.
Siamo ancora all’idea ottocentesca dove il docente bravo è un dato di fatto, e  al suo cospetto sono gli studenti che devono dimostrarsi bravi (adempienti) o cattivi (inadempienti), quando gli ultimi cinquant’anni di riflessione pedagogica spiegano che la qualità dell’educatore si rivela solo attraverso i progressi che compie chi riceve l’attenzione educativa.
La formula io spiego, tu studi, io ti giudico è la più irresponsabile possibile, quella che mette al sicuro ogni insegnante dal compito di fare insieme, di percorrere difficoltà, di masticare fallimenti in compagnia dei bambini o ragazzi a cui ha il compito di fornire strumenti per stare meglio al mondo (e perché il mondo abbia giovamento da questi futuri adulti). Dare voti, promuovere, bocciare sono gli strumenti di un mondo di adulti che scarica la propria frustrazione di non stare vivendo come si vorrebbe sui più deboli, crando loro le medesime difficoltà di cui si è fatto esperienza sin dai primi passi di socializzazione. E’ nonnismo pedagogico, che camuffa la propria incapacità o contrarietà a costruire una società cooperativa in “responsabilizzazione” del (giovane) individuo.

Risaliamo lungo l’intervista. Ovviamente, in questa visione della scuola, la distribuzione di meriti tra docenti bravi e no, viene presa come un apriori cui non si dedica nessuna lettura critica.
Il tema non è quindi chiamare le famiglie alla consapevolezza del ruolo fondamentale dell’insegnante educatore e conseguentemente alla partecipazione attiva ed esigente sulla qualità del corpo insegnante che deve evolvere costantemente nel suo complesso, dopo decenni di gestione da “pubblico impiego”.
No, la soluzione è il chiacchericcio tra genitori, i ricordi, il consiglio, le impressioni (il pettegolezzo nella maggior parte dei casi). Quel gusto tutto italiano di gestire le scelte della propria vita non affidandosi a una dimensione pubblica e trasparente del vivere collettivo, ma al muoversi sottotraccia, privatamente, confidenzialmente, ovviamente cercando il meglio per sé e gli altri si fottano.
Un bel paesaggio da dipingere attorno a un’istituzione che dovrebbe, come un tempio repubblicano, rappresentare un vertice di trasparenza, uguaglianza, confronto…

Maurizio Crozza dipinge il premier Mario Monti come un automa privo di sentimenti e guidato dalla mera razionalità di scopo. Agli occhi di chi la pensa come la Mastrocola, anche l’iniziativa del suo ministro per l’istruzione appare come un freddo processo solo quantitativo e statistico e niente qualitativo e personale.
Noi pensiamo invece che sia il benvenuto proprio per la sua oggettività non discrezionale. Da sempre i dati e le informazioni, che permettono di conoscere la realtà per come essa è e non per come viene rappresentata secondo interesse, siano il presupposto per capire e agire. E mettere tutti, a iniziare da chi ha meno accesso alle informazioni, nelle condizioni di perseguire il bene proprio e dei propri figli.
A iniziare dalle mamme immigrate che non possono fermarsi la mattina al bar a condividere davanti a una cioccolata le voci sugli insegnanti con le loro colleghe italiane, perché vanno a fare pulizie, a badare agli anziani, ad alzare la saracinesca…

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La scuola è, e deve essere sempre di più, qualcosa di molto diverso, auspicabilmente lontana dalle banalità e sempre più vicina a una profonda consapevolezza umana e sociale. Quella ben rappresentata dal lavoro e dalla ricerca di Rosario Mazzeo.
Dal sito dell’Indire Lombardia riportiamo qualche citazione dal suo lavoro sul metodo di studio:

Studio deriva da studium, un termine che indica, in primo luogo, cura, ardore e secondariamente desiderio, voglia, gusto, amore, passione; infine, applicazione assidua, esercizio. Le parole desiderio, applicazione, esercizio possono aiutarci a “far” identificare e vivere l’essenza dello studio anche oggi? Come può e deve la scuola organizzarsi perché un siffatto studio diventi esperienza di tutti i suoi alunni? p.14

La scuola insegna un metodo di studio nella misura in cui sa promuovere l’impegno della libertà personale. Ma si noti bene: tale promozione non è questione di tecniche, né di magie psico-professionali. Emerge e persiste in una trama di rapporti significativi, in cui c’è tempo e spazio per comprendere e verificare che la domanda “Perché studiare?” è in stretta connessione con quelle: “Cosa ci sto a fare al mondo?”, “Perché vivo?”, “Chi sono io?”, “Che senso hanno le cose?”. La scuola, che si organizza come trama di simili rapporti, è intenta innanzitutto a proporsi e configurarsi come fattore di motivazione personale. p. 87

La scuola molto spesso dà per scontata la capacità di compiere scelte oppure pensa di promuoverla ricorrendo a tecniche e strategie che hanno il grande difetto di prescindere dal cuore dell’uomo studente. p. 81

“Perché siamo qui?”, “Perché siete qui?”. Ecco le domande che dovrebbero dimorare nello sguardo del docente. La prima modalità di “provocazione compromettente” è nello sguardo del docente nei confronti degli studenti. Come sono considerati? Degli interlocutori, dei cooperatori, dei recipienti da riempire, dei “rompiscatole”, degli spettatori più o meno plaudenti, degli “animaletti” da addestrare? Prima di iniziare un’attività o una sequenza di apprendimento il docente tende ad assicurarsi che i ragazzi si sentano e si pensino coinvolti? Oppure parte lancia in resta sul cavallo degli schemi precostituiti (quelli dei programmi, per esempio) badando di non essere disturbato nella sua corsa? p.36

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