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Abbiamo acquistato il lavoro di Paolo Villaggio, animati da una speranza precisa.
Quella di poterlo integrare in un lavoro teatrale nato due anni fa e sviluppatosi attorno alla riscrittura delle vicende medioevali da parte di autori italiani contemporanei.
Una ricerca di fonti che si è rivelata divertente, affascinante, che ci ha fatto amare i testi e allo stesso tempo costretto a un lavoro impegnativo per “montarli” secondo i criteri dell’efficacia scenica: dal cavaliere inesistente di Calvino, ai ladruncoli dell’Anno Mille di Tonino Guerra e Luigi Malerba, dai fraticelli di Uccellacci e Uccellini al San Francesco di Fo, dalla sgangherata milizia dei film di Monicelli ai grevi monaci del Nome della Rosa.

Uno studio e una creazione teatrale (Carlo Magna, il Medioevo riscritto dal Novecento) che abbiamo pensato di poter arricchire del nuovo materiale di un autore comico e popolare, il Carlo Martello di Paolo Villaggio appunto.

La sorpresa della lettura è stata quindi cocente mostrandosi abissale sin dalle prime pagine lo scarto rispetto agli autori precedentemente trattati.
Il romanzo (…) di villaggio è una sgangherata e adolescenziale rivisitazione delle vicende franche del VII secolo senza capo né coda, che cerca di rimediare all’inconsitenza di trama e contenuto con continue insistite grossezze che per qualità (nulla) e quantità (debordante) divertono al liceo o in caserma.
Una scelta tanto più impressionante trattandosi non dell’opera di un adolescente ma di un uomo anziano che forse si sente vitale inanellando vomiti e scorreggie lungo decine di pagine che non portano da nessuna parte se non sulla tazza di un cesso o tra le cosce di una prostituta.

A titolo di esempio, a caso, ma il romanzo è identico a sé stesso per tutto lo svolgimento

Stavano per andarsene tutti quando la porta si aprì cigolando sinistramente e apparve Pipino il Giovane, che dimostrava ottantasei anni. Indosso aveva solo dei mutandoni di lana beige; all’altezza degli organi genitali, una chiazza gialla.
«Chi cazzo è a quest’ora della notte!» gridò. «E’ cominciata la famigerata fine del mondo?»
«No» rispose Hatram, «non è una fine ma un inizio glorioso! Sire, siete diventato padre!»
«Chi è diventato padre?» ragliò Pipino; si vomitò un po’ di bava marròn nel cavo della mano destra e la versò furtivamente dentro le mutande.
Alle sue spalle, furiosa, comparve Melisenda, in camicia da notte rosa e verde.
«Ma cosa andate dicendo! Non vedete com’è ridotto? Al posto degli organi genitali ha un polpo morto, con due grossi testicoli violacei ormai del tutto inutile. Il pene è scomparso in un buco (eccetera…)

Spiace che questa brutta operazione di cassetta editoriale si aggrappi nell’introduzione alla memoria del vissuto comune tra Villaggio e De Andrè, nella speranza di collegare il lavoro del primo a quello del secondo, quando nella realtà dei fatti questo sta a quello come l’ancora al veliero.
Anche De Andrè non si negava il lessico corrosivo della quotidianità, ma sapeva esattamente che l’attenzione si accende solo se nei campi della volgarità si deraglia all’improvviso mentre si viaggiava sui binari della poesia.
Villaggio ci scorazza dall’inizio alla fine nella motta. I binari non li ha neanche visti. Probabilmente si sente libero. Nella realtà è incapace.
Ricorda quei teatranti per bambini che rimediano con raffiche di “cacca” e “piscio” alla vuotezza della loro creatività comica.
Che per uno che si proclama comico è grave.

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