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Il 15 novembre, in occasione della visita alla sede ristrutturata del museo archeologico di Milano, incrociamo una scolaresca di bambini delle elementari nel nuovo mini-bookshop allestito in prossimità dell’uscita.

E’ un’occasione per registrare ancora una volta (l’avevamo già fatto in occasione di una visita al Museo Egizio di Torino, vedi la fine del post) l’incongruenza tra questo momento “mercantile” e lo spirito di gratuità che dovrebbe costituire l’essenza di ogni momento di apprendimento, di frequentazione del sapere, di sollecitazione educativa del pensiero.

La visita a un’esposizione museale (come a molte altre “occasioni” culturali) dovrebbe porsi l’obiettivo di trasmettere ai bambini l’importanza di entrare in contatto con qualcosa di nuovo e di interessante, a prescindere dalla logica del possesso.
Un museo è un luogo pubblico in cui si materializza un sapere che è disponibile a tutti, che tutti possono godere, in misura della competenza coniscitiva acquisita, e che ognuno fruisce nella consapevolezza che acquisire non significa avere materialmente.
In modo non dissimile si insegna ai bambini ad ammirare un fiore senza strapparlo, sia perché vive una vita propria che non è giusto sopprimere per il proprio capriccio, sia perché lasciarlo dov’è consente ad altri di godere della medesima esperienza di bellezza.

Non crediamo di abusare di uno stereotipo quando diciamo che la cultura che avvolge i bambini dei nostri giorni è una cultura del consumo, spesso dell'”usa e getta” nella quale possedere privatamente viene prima del condividere pubblicamente.
Eppure la gratuità, il disinteresse, l’altruismo e il senso del bene comune restano luoghi centrali della nostra cultura, quella che il ministro Tremonti considerava inidonea per un panino.
Ecco non tutto è panino, non tutto si mastica. Qualcosa, molto, si guarda, si annusa, si pensa. Altrimenti siamo solo tubi digerenti e sfinteri. O ministri da dimenticare.

Il museo, quello classicamente inteso, quello che non da occasioni di manipolazione, di gioco, di esperienza diretta, è un luogo di massima “frustrazione” del desiderio di possesso, con tutte quelle belle cose inavvicinabili, intoccabili, spesso oltre un vetro.
Potrebbe essere una straordinaria occasione educativa l’elaborazione di questa frustrazione.
Invece no. Si preferisce metterla all’ìncasso, facendola sfogare nell’acquisto di “souvenir” a fine visita. Che poi in linea di massima è paccottiglia, scelta che di nuovo opera un ribaltamento educativo tra l’aver fatto esperienza dell’esistenza di oggetti rari di grande valore da apprezzare proprio per questo e il piacere del possesso purchessia, indipendentemente dall’insignificante valore di ciò che si acquisisce.

A questa opinione si può rivolgere l’obiezione che per i bambini può essere bello portarsi via un ricordo delll’esperienza vissuta.
Sicuramente, ma è un bisogno che andrebbe “lavorato” perché non sia il soddisfacimento di una pura compulsione al possesso (tutte le guide museali sanno che i bambini chiedono cosa possono “prendere” prima ancora di iniziare la visita guidata, così come spesso desiderano fare foto prima ancora di sapere cosa stanno fotografando).

Piiuttosto che lasciarli individualmente alle prese con le logiche dell’acquisto – che spesso inoltre differenzia odiosamente i bambini per possibilità di spesa -, sarebbe allora meglio chiedere alle insegnanti di raccogliere un euro a bambino così che si possa fare un acquisto per la classe nel suo insieme, che così potrebbe godere di un “bene comune” a suggello di un’esperienza didattica condivisa.

Insomma, per concludere, quando si progettano offerte per gli studenti, non dimentichiamo mai che oltre ai contenuti squisitamente didattici esistono sempre, implicitamente o esplicitamente, anche aspetti educativi che non vanno sottovalutati e che anzi, spesso, sono anche più importanti.
Tra le molte cose che possono rendere “ricchi” gli incontri con fondamentali presidi di sapere quali sono i musei, evitiamo di includere anche il mercato della cultura.

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