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Pubblichiamo il commento a firma di Giovanni Valentini, pubblicato su la Repubblica del 25 ottobre 2011.

I concetti che esprime sono esattamente sovrapponibili a quelli che hanno guidato la scrittura dello spettacolo teatrale “O la corsa o la vita” portato in scena nel 2007 e di cui riportiamo più sotto la presentazione e due link video.

E’ una lettura critica dell’estetica che propone un abbraccio (troppo spesso mortale) con il mito della velocità di cui i ragazzi si imbevono per naturale imitazione degli adulti.
E’ una lettura critica che nessuno di coloro che avrebbero titolo e responsabilità  nella formazione della coscienza individuale e collettiva ha il coraggio di proporre – e per questo apprezziamo particolarmente le parole di Valentini.

Il cordoglio che circonda la morte di Marco Simoncelli, sarà una volta di più un’esibizione ipocrita e frusta che non tocca gli argomenti che invece andrebbero affrontati? Nessun’altro si domanderà cosa suggeriscono ai nostri modelli di vita, i GP, i videogame, gli spot pubblicitari, gli inseguimenti cinematografici, le bestemmie dei genitori al volante?

Meglio sarebbe allora considerarla selezione naturale su cui è inutile rammaricarsi?
Così come ogni cinque merli ne casca uno dal nido e perisce, così ogni venti merli che corrono uno scivola e muore?

Vorrebbe dire rinunciare a sentirsi membri responsabili di una comunità civile.
Il bell’articolo di Giovanni Valentini, come anche il nostro piccolo contributo teatrale vuole andare in un’altra direzione.

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BASTA CON LA VELOCITA’
FERMATE I GRAN PREMI
di Giovanni Valentini

Nella mitologia della velocità, per cui immoliamo quotidianamente le nostre frettolose esistenze come sull’altare di una divinità pagana, forse si può commemorare la morte in pista del pilota Marco Simoncelli con un’elementare domanda: a che cosa servono, al giorno d’oggi, le gare di motociclismo e di automobilismo?
Una volta si diceva che servivano a far evolvere la tecnologia, anche sul piano del comfort e della sicurezza, a vantaggio di tutti: dai freni a disco alla “cellula di sopravvivenza”, dal cambio automatico alle appendici aerodinamiche eccetera eccetera. Ma regge ancora una risposta del genere di fronte alle immagini atroci del giovane centauro, caduto in curva e stritolato dalle ruote dei suoi incolpevoli rivali?
Nell’era della virtualità, in cui ormai qualsiasi situazione può essere simulata e riprodotta perfettamente al computer, non c’è più ragione di rischiare la vita in una gara di velocità, se non per alimentare lo show business delle corse, dal vivo o in tv, con relativo sfruttamento commerciale e pubblicitario. Se poi fosse accertato che Simoncelli è stato tradito proprio dalla tecnologia, e in particolare dal sistema elettronico di controllo della trazione, questo sarebbe davvero un cinico e beffardo paradosso. O magari un ammonimento contro il “complesso di Icaro” che perseguita l’umanità dalle origini: l’illusione di poter sfidare impunemente le leggi della natura e della ragione per dominare il mondo.
Ma, nella morte di Simoncelli, c’è un altro aspetto che impone una riflessione generale nella società della comunicazione in cui tutti viviamo. Qual è il messaggio che, attraverso l’amplificazione mediatica della diretta tv, diffondono le corse motociclistiche e automobilistiche? Qual è il modello di comportamento che trasmettono, soprattutto
ai più giovani? Qual è, insomma, la “lezione” che — seppure in modo subliminale — impartiscono?
Bandita dai limiti stradali e autostradali, la velocità in pista torna a essere — appunto — un mito collettivo. Un tabù da violare. Uno “stile di vita”, tanto pericoloso quanto più suggestivo e attraente. La riduzione dei consumi, indotta innanzitutto dall’aumento del prezzo dei carburanti e promossa responsabilmente dalle stesse case produttrici di auto o di moto, viene sacrificata in funzione della “sgommata”, dello scatto o dell’accelerata più o meno bruciante.
E, insieme al risparmio energetico, passa in secondo piano anche la lotta all’inquinamento ambientale. Ma, ciò che è ancora più grave, sotto l’influsso della narrazione agonistica l’abilità nella guida tende fatalmente a degenerare nell’imprudenza, nell’azzardo o addirittura nella scorrettezza e nella violazione sistematica del codice stradale. Il sorpasso a destra, la frenata al limite, la manovra spericolata, sono modelli negativi esaltati e legittimati dalle riprese televisive negli autodromi di tutto il mondo. Una scuola-guida diseducativa e funesta, di cui molti di noi genitori siamo stati talvolta “cattivi maestri”.
Lo show business delle corse contribuisce così ad abbassare o azzerare quella “coscienza del limite” che al giorno d’oggi dovrebbe presiedere ai nostri comportamenti quotidiani, individuali e di massa. Limite allo sviluppo, innanzitutto.
E quindi, limite al consumo, all’opulenza, allo spreco e infine anche alla velocità, secondo quella che viene definita la nuova “etica dei consumi”.
A volte, si ha quasi l’impressione invece che il genere umano — forse per esorcizzare la paura esistenziale — sia tutto proteso ad accelerare la propria fine, a distruggere le risorse ambientali, a compromettere la sua stessa sopravvivenza.
Corriamo come matti, dalla mattina alla sera, nell’ansia affannosa di arrivare a chissà quale provvisorio e precario traguardo. Pensiamo, parliamo e comunichiamo sempre più velocemente; camminiamo e viaggiamo; mangiamo, dormiamo e facciamo perfino l’amore sempre più in fretta.
Ormai, come scrive il filosofo Zygmunt Bauman nel suo saggio più recente, viviamo “vite che non possiamo permetterci”.
Ma, in memoria di Simoncelli, dobbiamo dire che ci sono anche morti che non possiamo più permetterci.
E la sua, a 24 anni, su quella pista maledetta della Malesia, è purtroppo una di queste.

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O LA CORSA O LA VITA
Uno spettacolo di educazione stradale?

Quando, nell’autunno 2007, la nostra compagnia ha deciso di affrontare l’argomento della sicurezza stradale con i ragazzi, abbiamo fatto subito una scoperta sorprendente. Su questo argomento aleggia un silenzio artistico assordante.
Due le possibilità: o è diffusa la convinzione che le morti su strada siano un fenomeno sociale “fisiologico” e farne oggetto di rappresentazione teatrale abbia lo stesso fascino che drammatizzare il sorgere e calare del sole; oppure siamo in presenza di un moderno “tabù” culturale, difficile da maneggiare e che espone chi lo affronta più al rischio di critiche che di apprezzamento.
La risposta è giunta nelle parole di un ex funzionario del Comune di Milano, per molti anni impegnato sul tema delle giovani vittime del volante, che alla fine dello spettacolo ci ha ringraziato: «Bravi, bellissimo! Ma voi mettete in discussione il mito della potenza illimitata dell’uomo su cui si fonda il mondo moderno!».
E in effetti, con “O la corsa o la vita”, la nostra scelta è stata proprio questa.
Lasciare da parte la rasserenante e inutile retorica della bontà delle regole e della malvagità degli eccessi e dei comportamenti devianti, per risalire a monte, a un mito fondatore pervasivo e indiscusso della nostra società. Prendendo spunto dalla religiosità acceleratoria di Filippo Tommaso Marinetti («Santità della ruota!»), abbiamo costruito una drammaturgia sul culto della Velocità. Quel culto che accomuna gli eccitati cronisti di Formula1 ai pubblicitari delle case automobilistiche, gli autori di videogame agli sceneggiatori di film e telefilm, i bambini incollati alle piste di macchinine ai loro genitori che sacramentano in attesa dell’occasione buona per sorpassare il deficiente davanti.
I ragazzi non inventano i loro modelli, li assimilano dagli adulti che hanno intorno. Se essere veloci significa primeggiare (dynamis, in greco, potente), essere liberi, essere sempre giovani e belli, questo non entra chissà come nei loro pensieri: sono uomini e donne in carne ed ossa – o pixel – a mandare loro incessantemente questo messaggio. Esplicitamente o implicitamente.
Eccedere e offrirsi al rischio del volante perché disinibiti da alcool, hashish o altra chimica non è che la rincorsa di un desiderio troppo a lungo istigato e trattenuto. Guidare spericolatamente non è una devianza, ma il più lineare degli sviluppi di una libidinosa fascinazione collettiva del primeggiare e quindi dell’essere ammirati.
«Quando passa Nuvolari…» cantava Lucio Dalla.
Di questo parla allora il nostro spettacolo.
Il Gran Ciambellano celebra la Cerimonia dell’Accelerazione: occorre che tra i presenti emerga un Eletto, colui che è capace di incarnare i supremi valori del nostro tempo…
Il pubblico è parte integrante dello spettacolo: sia i ragazzi che vengono chiamati in scena a lavorare con gli attori, sia tutti quelli che, rimasti a sedere, trasformano il teatro in un’arena dove celebrare «il sacro Rito della Velocità».
Lo spettacolo – composto da testi, video e performance atletiche – è stato infine premiato dal suo giovane pubblico che ha vociato, ha riso, ha applaudito, si è commosso. E ci ha commosso.

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