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La poesia che segue è di Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura (ma sarebbe splendida anche fosse scritta da uno sconosciuto, perché non è la veste che fa il monaco, né il biglietto da visita il professionista…).

Esprime, come solo la poesia sa fare, l’essenziale, lasciando poi a ognuno libertà su come far germinare pensiero.

Noi vi riconosciamo la stessa spinosa vitalità che ci fa progettare attività inconsuete e sensate all’interno dei musei, perché siano loro importanti per noi visitatori e non viceversa.

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Museo

(1962)

Ci sono piatti, ma non appetito

Fedi, ma non scambievole amore

da almeno trecento anni.

C’è il ventaglio – e i rossori?

C’è la spada – dov’è l’ira?

E il liuto, non un suono all’imbrunire.

In mancanza di eternità hanno ammassato

diecimila cose vecchie.

Un custode ammuffito dorme beato

con i baffi chini sulla vetrina.

Metalli, creta, una piuma d’uccello

trionfano in silenzio nel tempo.

Ride solo la spilla d’una egiziana ridarella.

La corona è durata più della testa.

La mano ha perso contro il guanto.

La scarpa destra ha sconfitto il piede.

Quanto a me, credete, sono viva.

La gara col vestito non si arresta.

E lui quanta tenacia mi dimostra!

Vorrebbe viver più della mia vita!

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vedi anche la Lettera a un direttore di museo

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