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SUL RAPPORTO TRA TESTO E TEATRO

«Il testo, là in biblioteca, non è teatro. E’ un fatto letterario; è, se vogliamo, letteratura, ma non teatro. Il teatro è un avvenimento, un accadimento, che ha bisogno di tanti materiali di lavoro.
[il teatro contemporaneo] non ha ancora digerito la lezione di Brecht contro l’intimidazione dei classici, e si ostina a cercare l’universale, la cosa buona allora è buona anche oggi, come se il teatro fosse un fatto museografico, un quadro o una scultura da rispolverare ed esporre, eterni, in un museo.
L’universale a teatro è un grosso equivoco, perché se c’è una cosa particolare, contingente, questa è proprio il teatro, valido qui e ora, ma che è altra cosa in altro luogo o domani. Il teatro è un avvenimento irripetibile che parla di fatti che ci riguardano e che su questi fatti ci induce a riflettere.
(…) Rimane sempre da capire perché ci si debba intestardire a dire una cosa con le parole di Shakespeare quando la si potrebbe dire con le proprie. Se la risposta è perché la parola di Shakespeare è più “alta”, che quella di Sofocle è più “poesia”, ecc. allora bisogna dire che non stiamo facendo teatro, ma che ritorniamo alla letteratura, che ci stiamo interessando a fatti che con il teatro hanno poco a che vedere.»

«mentre tutti i film affrontano problemi ben concreti che riguardano la società di oggi, il teatro, sempre alla ricerca di universali, sembra un’astrazione paurosa: si cerca di capire da dove veniamo; si cerca di capire dove andiamo, ma si rifiuta totalmente l’oggi, la nostra condizione, la situazione in cui siamo, tanto da far pensare che l’universale sia un’invenzione utile a non far affrontare il particolare; l’oggi la condizione in cui siamo.
(…) Io guardo Il re nudo, ovvero l’arte di sconfiggere i leccapiedi per sapere quello che il Gruppo Lavoro Teatrale ha da dire a me oggi. Per sapere quello che Schwarz voleva dire ai suoi concittadini, prendo in mano il libro e me lo leggo.»

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Sul coinvolgimento vero o finto dei ragazzi nell’accadimento teatrale

Due testimonianze. In uno spettacolo su Pinocchio, l’attore (Geppetto) scherza con i ragazzi ogni volta che dando un colpo al tronco di legno da questo esce un “ahi”; ma quando chiede ai ragazzi del pubblico se sia il caso di buttare quel ciocco nel fuoco, i ragazzi gli danno una risposta inattesa: sì.
L’attore li ignora e continua la sua storia come se questi avessero risposto no.
Un animatore al suo posto avrebbe capito subito che, da una parte, nei ragazzi, in conseguenza dello stimolo, era venuto fuori l’istinto di crudeltà, che c’è, nessuno può negare; mentre dall’altra era venuto fuori l’interesse di cambiare una storia che già conoscevano. (…) l’istinto di crudelta non si esprimeva tanto nel voler buttare nel fuoco una ragazza, quanto piuttosto nel voler mettere in imbarazzo l’attore, ben sapendo che la ragazza nel fuoco non l’avrebbe buttata mai. E se l’avesse buttata in un fuoco “teatrale”, cioè non vero, si sarebbe arrivati al secondo punto, si sarebbe modificata la storia: bruciato il legno, come si sarebbe costruito Pinocchio?
In sostanza la reazione dei ragazzi è stata, come di consueto, intelligente, mentre il teatro per loro, ha cercato, come di consueto, di imbrogliarli.»

«In un animazione alle elementari su Cappuccetto Rosso i bambini hanno voluto modificare la storia puntando sul personaggio del lupo, che ben lungi dal volersi far sbudellare lascia il bosco e va in città dove iniziano per lui altre peripezie. La favola è favola nel momento del suo farsi, non quando è fatta

AA.VV., Tre dialoghi sull’animazione, Bulzoni, 1977

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