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di Oliviero Grimaldi

Quelli che seguono sono appunti elaborati durante uno splendido e impegnativo lavoro a scuola. Non hanno nessuna pretesa di organicità o esaustività.

Potrebbero anche apparire banali.
Nella teoria. Nella pratica voglio vedervi ;-)

Oliviero Grimaldi, Teatro Franco Parenti, laboratori teatrali, bambini, ragazzi, pedagogia

"Lupus in fabula", laboratorio teatrale tenuto presso il Teatro Franco Parenti di Milano

Alcuni principi devono presiedere il lavoro del conduttore nelle sue modalità di relazione con il gruppo. Questi hanno un’incidenza maggiore o minore nel percorso e nel risultato a seconda della natura e dello scopo che il laboratorio si prefigge: ludico, educativo, terapeutico, ecc. Ma sono comunque dei riferimenti importanti che nelle relazioni più delicate (ragazzi con problemi caratteriali, disturbi della personalità o problematiche relazionali) sono necessari, mentre nei contesti più equilibrati (classi scolastiche, gruppi partecipanti a corsi) sono comunque utili.

Il teatro può essere (e ha valore quando è) un luogo di verità, di autenticità degli individui e delle relazioni, di generosità e di dono. La sua tecnica è finalizzata a rendere consapevoli, a sciogliere nodi, a sentirsi e usarsi con pienezza.

Un lavoro quindi delicato, forte, potenzialmente molto significativo, che va progettato e gestito con grande attenzione nei confronti di chi lo svolge: i ragazzi.

1) Evitare la relazione frontale. Non creare una divisione fisica tra il gruppo e il conduttore, comunicando implicitamente una relazione tra i ruoli già nota e problematica riguardo alla possibilità di uno scambio autentico.
Il cerchio è viceversa uno spazio in cui è possibile osservare, osservarsi, ma anche nascondersi (lo sguardo del conduttore non può abbracciare tutti contemporaneamente); i punti del cerchio sono tutti equidistanti dal centro, si annullano le differenze.

2) Il centro. Il centro del cerchio è un luogo denso dell’energia di tutto il gruppo; presidiarlo significa esporsi a una sollecitazione molto forte a cui i singoli devono essere pronti (al centro del gruppo va chi guida, ma anche chi è destinato al sacrificio). Esercizi che prevedono l’uso del centro possono essere proposti con gradualità, valutando la maturazione emotiva del gruppo.

3) Io, noi, voi. La comunione spaziale deve declinarsi anche nell’indicazione linguistica dei ruoli. Voi è proibito. Immediatamente agglutina i singoli in un gruppo indifferenziato che nega le singole identità e smaschera la lontananza tra chi conduce e chi è condotto. Naturalmente questa lontananza può essere smascherata solo quando esiste…

Da cui

4) L’investimento affettivo. nel gruppo è fondamentale. Se non esiste una reale attenzione umana, non c’è niente. I membri del gruppo sono persone che esprimono bisogni che vanno prima accolti e poi trasformati.
Ciò che conta è l’intenzione, perché si è li a lavorare con i ragazzi. Se si è sinceri, attenti, disponibili si creerà una relazione positiva, evolutiva. E questo, se non è tutto, è veramente molto.

Da cui

5) Nessuna comunicazione va lasciata cadere. La domanda più stupida, la battuta più irrispettosa, l’affermazione più ostile sono tutte prove di relazione. Negarle significa negare un rapporto autentico; valutarle moralmente significa rinforzarle nella loro insufficienza o contraddittorietà.

Da cui

6) Asimmetria delle risposte. Stigmatizzare un comportamento volgare significa rinforzarlo, così come chiudersi davanti a un atteggiamento di rifiuto oppure assecondare una sofferenza soffrendo. Il conduttore è colui che trasforma la manifestazione negativa di un’energia in una manifestazione positiva, evolutiva.

6bis) Non sedurre. Non bisogna cadere nel tranello di identificare la seduzione che si può esercitare con i ragazzi, in uno strumento di efficace relazione.

Sedurre deriva dal latino se-ducere, sviare, e nel lavoro di conduzione significa prendere la strada sbagliata. La seduzione è una forma di controllo in cui il sedotto dipende nella sua felicità da qualcun altro. E’ il contrario di ciò che si deve ottenere: l’autonomia del ragazzo e quindi la sua possibilità di scegliere liberamente una relazione (o di non sceglierla). Una figura di adulto corretta, serena, creativa è già un innesco di attenzione e disponibilità al lavoro più che sufficiente.

7) Esempio, non comando. Ogni individuo, ragazzo o adulto, fa l’esperienza di essere sollecitato a soddisfare delle richieste rivoltegli. Anzi spesso questa diviene la chiave di lettura di tutta la propria vita: devo essere all’altezza di ciò che il mondo (esplicitamente o implicitamente) mi richiede. Nel laboratorio regna l’esempio, non la richiesta né l’ordine; il conduttore è il primo a mostrare il valore (l’interesse, il piacere, la bellezza) delle sue proposte. Eseguendole.

8) Assenza di giudizio. Il lavoro non viene valutato secondo una scala di adeguatezza/inadeguatezza oggettiva, ma se ne ricerca insieme una qualità condivisa, una soddisfazione individuale e/o del gruppo. A questo scopo è utile che ci siano momenti in cui il gruppo stesso si divida tra performer e pubblico.

9) Il vuoto e il pieno. Bisogna evitare di cadere nell’ansia di riempire gli incontri con una conduzione incessante considerando il proprio ruolo come occupazione del tempo a disposizione. Può accadere che i ragazzi scappino dalla vostra proposta di lavoro, la ignorino, la tradiscano, la contestino. La palla in quel momento passa a loro. Il lavoro di conduzione è anche ascolto, osservazione. Come scrivono Lapierre e Acouturier “è il conduttore a disposizione dei ragazzi e non viceversa”.

C’è il gioco libero, c’è la confusione, c’è la distrazione? Non vanno temuti, vanno usati per capire.

9 bis) E soprattutto l’irrequietudine o l’inerzia dei ragazzi nell’accettare le proposte di lavoro non deve produrre simmetricamente nel conduttore l’ansia di non riuscire a ottenere gli obiettivi che si era prefisso.

In primo luogo perché è la relazione il centro del lavoro e non l’esecuzione delle consegne. E in secondo perché l’ansia del conduttore diventa subito uno strumento potente nelle mani dei ragazzi già abituati a relazioni non serene.

Il conduttore invece, all’esatto contrario, deve sforzarsi di essere una figura di adulto equilibrato. Senza paure di fallimento, di disvalore, di morte. Solo così può instaurare una relazione positiva.

Da questo deriva che

10) “Bisogna sempre essere destri e ricchi di ruote di scorta”. In questa frase – sintesi del lavoro di drammatizzazione scritta da un ragazzo lievemente dislessico di seconda media – destri è una bella sintesi di essere desti, attenti, e pieni di estro, creatività.

Il conduttore deve munirsi di un ampio (molto ampio) bagaglio di proposte tra cui poter di volta in volta scegliere a seconda della situazione concreta. Preparare una scaletta dell’incontro confidando di percorrerla per intero è pericoloso.
Non basta progettare un percorso di lavoro con una certa elasticità dei tempi o della successione delle proposte. Ci si può sentire sicuri stendendo un programma che invece dei 1OO minuti da gestire ne copre potenzialmente 150; ma i ragazzi potrebbero bruciarli in 30! o perché non accolgono le proposte o perché le lasciano cadere molto prima di quando ci si aspetta.
Senza un repertorio ampio e diversificato di proposte di giocolavoro, un’eventualità del genere indurrà subito ansia nel conduttore che cercherà di forzare i ragazzi a fare ciò di cui non hanno voglia per riempire tutto il tempo che gli è stato affidato, ricadendo nella trappola della performance.

Viceversa, se non ci si vincola eccessivamente alla scaletta dell’incontro (che può esistere nei termini di una traccia ipotetica che può essere tradita, stravolta, abbandonata), ma ci si concentra solo sullo scopo del lavoro, ogni momento può rappresentare un’occasione di invenzione e utile creatività, dove inserire secondo le esigenze la migliore tra le proposte di giocolavoro che si hanno a disposizione.

11) Giocare. Come scrive Anna Bondioli “Il gioco, prima e oltre che un’attività, è un’area di esperienza, un atteggiamento nei confronti di sé e del mondo che consente una presa di distanza dalla vita vissuta. Chi gioca si isola temporaneamente per entrare, del tutto coinvolto, in un’altra dimensione, cui aderisce pienamente. Non si dà gioco senza partecipazione, concentrazione coinvolgimento. Contro il senso comune la finzione ludica non è né menzogna né falsità ma, all’opposto, una sintesi di volontà e intelligenza, ciò che consente di compiere una esperienza di intenzionalità allo stato puro.”

Nel gioco regole, ruoli e obiettivi sono scelti, condivisi, padroneggiabili. I ragazzi partecipano così al lavoro nella condizione di autori, sperimentando da sé il valore della loro attività e instaurando una relazione di senso, che troppo spesso manca, tra ciò in cui si impegnano e i risultati che ottengono.

12 (bonus track :) Generosità. Nella relazione educativa, come peraltro in ogni tipo di relazione, la generosità non consiste nella proliferazione di proposte che si suppongono di valore per per chi le deve ricevere, quanto nell’accogliere le richieste altrui anche quando queste sono inattese e magari percepite come inopportune o non gradite.
Ciò che va posto in gioco non è solo la sincerità dell’offrire ma la disponibilità nell’accogliere, poiché la prima rischia di essere sempre proiettiva del proprio sentire (educativo, didattico, creativo) mentre la seconda pone su un piano di ascolto e dialogo che è l’unica garanzia di un rapporto egualitario ed evolutivo. Per tutti.

Alcuni testi interessanti:

Bondioli Anna, Gioco e educazione, Franco Angeli 1996
Lapierre André e Aucouturier Bernard, La simbologia del movimento, Edipsicologiche, 1981
Oliva Gaetano, Il teatro nella scuola, LED,  1999

E il video di una bella esperienza con ragazzi delle scuole medie:
(scuole del parco Trotter. Conduzione: Marcella Bassanesi, Oliviero Grimaldi)

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