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di Oliviero Grimaldi

Gentile Direttore, mi perdoni se mi rivolgo a lei senza citarla per nome.

E’ una scelta dovuta in primo luogo al pudore di non coinvolgerla esplicitamente in una pubblica discussione, magari indesiderata, ma soprattutto da una circostanza maturata mentre le scrivevo. Mi sono infatti reso conto che quanto volevo comunicarle a restituzione dell’esperienza vissuta pochi giorno fa presso il suo museo, andava pian piano a mescolarsi con considerazioni analoghe svolte nel corso di precedenti visite in altre sedi museali.

Ho dunque sentito il desiderio, rivolgendomi a lei, di esprimere il mio pensiero anche ai suoi colleghi, e alla fine in questa lettera il suo ruolo è divenuto un po’ come quello delle divinità di pietra esposte nelle sue sale, che rappresentano sia esseri incarnati sia attributi generali,  categorie dello spirito. Non me ne voglia.

Voglio dirle subito che non intendo rinnovare le consuete lamentele su carenze o disservizi del nostro patrimonio culturale. Anzi, ho trovato il suo allestimento curato, intelligente e accattivante, le informazioni chiare e ben esposte, il personale cordiale. Non è di questo che voglio parlarle.

Vorrei invece parlarle di bambini.

Ho avuto infatti occasione di imbattermi durante la mia visita in due scolaresche – una quarta elementare prima e una seconda media poi – impegnate in un tour guidato.
Ho deciso in entrambi i casi di abbandonare il mio percorso e di aggregarmi a loro, curioso come sono – per motivi personali e professionali – di tutto quanto abbia a che fare con la didattica e la cultura.

E quello su cui voglio ragionare è proprio questo: l’occasione, che non dovrebbe andare perduta, perché anche un museo divenga luogo e momento educativo. Parlo intenzionalmente di educazione e non di istruzione, per i due termini non sono sinonimi e il primo, a mio avviso, dovrebbe sempre illuminare il secondo.

Iniziamo da cosa ho visto proposto dalle guide alle classi che le seguivano, che è la parte più semplice e scontata: una lunga serie di nozioni appoggiate alle opere esposte. Nomi, date, aspetti iconografici rilevanti, riferimenti geografici, a volte ambientali, quasi mai sociali. Tutto adeguatamente allineato alla possibilità di comprensione dell’uditorio ed esposto velocemente ma con cordialità.

Cosa, invece, non ho visto proporre né ai bambini né ai ragazzi?
Due cose, sostanzialmente. Essenziali. Il ragionamento e il coinvolgimento emotivo.

Mi consenta di iniziare prima del coinvolgimento, e brevemente, perché l’argomento è vasto. Come diceva Piaget l’apprendimento o è emotivo o non è. Senza empatia educativa resta soltanto la performance. Quella dell’adulto che vuole ottenere risultati misurabili e quella del giovane che si sforza di compiacere tale desiderio in una catena di aspettative da soddisfare che risale dall’alunno all’insegnante, al preside, al provveditore, al ministro, al Re. E che non sa cosa siano felicità e autodeterminazione.

Questa verità, sepolta sotto palazzi di retorica su cosa sia l’istituzione scolastica e l’istruzione del giovane, brilla ogni giorno al sole dell’esperienza, quando si constata su di sé e su chi ci circonda che delle migliaia di ore trascorse nei vari ordini di scuole obbligatorie e non, resta solo uno spruzzo di vaghe nozioni (quelle ovviamente che per un qualunque motivo sono entrate in risonanza con la nostra vita psichica).

Occorre allora che si impari ad animare di emozioni i contenuti, a renderli vitali, a coinvolgere attivamente i bambini dando loro un motivo per rivolgere la loro attenzione – vera – alle cose e dotarle di senso creando con loro un relazione personale.

Le faccio – per dare sugo a queste parole – due esempi, l’uno di segno opposto all’altro.

Il primo. Alla fine di una lunga esposizione sulle tecniche di imbalsamazione, un ragazzo chiede alla guida: «Ma è un maschio o una femmina?». La guida scuote la testa e allarga le braccia e il senso del suo gesto è inequivoco: «Non lo so, ma che importanza ha?» La risposta di conseguenza non giunge e si perdono due giare di senso in un colpo. Nella prima c’è il fatto che il ragazzo, come anche i suoi compagni, non dimentica che quella mummia davanti a lui è, è stata, una persona e non un manico, una collana, un disegno. E attraverso lo specchio impolverato della Morte egli cerca di intravedere ciò che, solo, si può opporre al proprio ovvio (ma non per la guida) inconscio timore, ossia la vitalità sessuata. La seconda giara è piena delle agitazioni, indistinte e ridicole, ma ineludibili e preziose, legate alla fase puberale, quando tutto viene declinato al maschile e femminile. Io, tu, il cane, l’ombrello e la ciambella.
E allora? E allora se una visita guidata “pensata” per dei ragazzi, avesse l’astuzia di organizzare i contenuti attorno a polarità forti come quelle della Vita e della Morte o del maschile e femminile – come peraltro ogni civiltà esprime a piene mani – ogni singolo oggetto della collezione potrebbe irradiare un’energia evocativa che lo renderebbe indimenticabile.

Il secondo esempio. In un’altra città, durante un’altra visita guidata, gli alunni delle elementari vengono portati davanti alle teche dei corredi funerari egizi, si racconta loro il celebre evento centrale nel viaggio dei defunti, la psicostasia, quando il cuore viene pesato al cospetto di Osiride. Dai testi antichi è stata estratta la preghiera che il defunto celebra davanti a questo tribunale divino. I bambini allora si dispongono in fila, uno alla volta posano la mano su un amuleto porto loro nel palmo aperto della guida e ripetono un verso della preghiera. E’ solo un gioco, una piccola cerimonia, ma i bambini sono accesi, curiosi. Ciò che devono garantire ad alta voce (“io non ho commesso slealtà”, “io non ho avuto privilegio a mio vantaggio”, “io non ho spaventato nessuno”, ecc.) è molto semplice da capire, li avvicina istantaneamente agli Antichi, mostrando loro come ciò che vale per l’uomo lo vale da sempre. Quando alla fine del piccolo rito, la guida un po’ teatralmente si decide a far loro dono dell’amuleto su cui hanno recitato le promesse, i bambini sorridono felicissimi e lo affidano alla maestra perché lo conservi con cura e lo porti in classe…

Potrei farle numerosi altri esempi di ciò che nelle sue sale poteva innescare la curiosità e l’intelligenza delle piccole comitive. Dal ragionamento su cosa sia la legge karmica di causa/effetto elaborata dalle civiltà raccontate dalle collezioni esposte e come essa si possa riflettere anche nella vita ‘globalizzata’, e auspicabilmente più consapevole, dei nostri giorni, fino alla trasfigurazione dei grandi terrori dell’uomo antico in potenti simboli utili a domarli e prenderne possesso. Quale potrebbe essere l’equivalente odierno dei grandi leoni di terracotta cinesi?

Un’esposizione museale è un’ottima occasione per dipingere immagini potenti sull’infinita tela della curiosità dei ragazzi, tanto quanto un film, una favola a letto, un videogame. Occorre però che siano chiari sia gli obiettivi che i mezzi, e questo accade di rado.

Riguardo ai primi direi in estrema sintesi che bisogna decidere che il fine non è una pratica devozionale nei confronti del Museo, della Cultura, del Sapere. Il fine è l’evoluzione del Bambino/a e del Ragazzo/a, soggetti e non oggetti della relazione educativa.

Riguardo ai secondi, in altrettante poche parole, direi che c’è un problema di tecniche e di buone pratiche. Perché, nel 2009, coloro cui vengono affidate la guide ai musei sono ancora, solo, laureati nella discipline specifiche, privi di qualunque competenza comunicativa ed educativa? Com’è che si laureano migliaia di persone in scienze della comunicazione, della formazione, dei beni culturali, dello spettacolo e che tutto questo non generi innovazione e bellezza?

Occorre un cambiamento copernicano del progetto didattico – altro che grembiulini e voti in condotta – che ponga felicità e responsabilità al centro della relazione tra giovane e adulto.

Incontro una delle due comitive circa quaranta minuti dopo che avevo deciso di lasciarla molte sale indietro. I bambini non si tengono più insieme e la giovane guida cerca l’interazione con loro nell’unico modo che gli è noto: «Sapete quali sono gli stati della regione himalayana? Il Bhu… il Bhu…» «Il burro!» risponde un ragazzo e i compagni ridono. Ma non la giovane guida stremata che teme di perdere il controllo e punta a tagliare il traguardo dell’uscita. La frase che gli viene spontanea è drammatica nella sua finalità: «Ragazzi, dai, abbiamo quasi finito»…
E’ chiaro che la battuta del bambino è un segnale dell’esigenza di spostare l’ago dell’attenzione su di sé cercando legittimamente il protagonismo che fino a quel momento non ha trovato spazio alcuno e insieme di dare vita a un registro più ludico. Un educatore coglierebbe il messaggio e modificherebbe la relazione. La guida no e tutto sommato neanche l’insegnante che richiama all’ordine, entrambi complici di un conformismo della fruizione culturale e della relazione didattica che vede nell’acquiescenza del più debole la comoda assenza di verifica sulla bontà della propria proposta.

Finisco questa lettera come finiscono le visite ai musei. Nel bookshop.
I bambini si aggirano tra le vetrine dei souvenir con un brusio dolente. Tutto costa troppo per i denari cha hanno in tasca. Li vedo ridurre di teca in teca le loro aspirazioni spostando l’attenzione su oggetti sempre più minuti ed economici. Qualcuno rinuncia muto con la delusione dipinta in volto, qualcuno più loquace discute con la maestra sulla liceità del denaro a prestito, in pochi tirano fuori una banconota con baldanza, I più contano e ricontano gli spiccioli.
Non è un bel vedere questo viaggio nella cultura che termina sbattendo sugli scogli dell’economia (ma mi verrebbe da dire del buon profitto, dati i prezzi esposti).
Ecco, direttore, questo mercatino è ben tarato forse per gli adulti, che amano quotare il valore dellle cose e di sé stessi con l’oro, come dice la Medea di Christa Wolf. Ma è triste per dei bambini la cui fiducia nel buon mondo degli adulti contribuiamo tutti a tradire, ognuno con il proprio gesto sbagliato.

Spero allora di incontrarla e poter progettare con lei un Museo felice, e popolare.

Cordiali saluti.

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